Un anno buono

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Oggi a una trasmissione radiofonica qualcuno aveva lanciato questa proposta: elencare cinque cose importanti del 2019. Allora ho cominciato a pensare quale potesse essere il mio personale elenco. Cinque, un numero simbolico. Potrebbe essere otto, come anche dieci. Cinque di sicuro è meno esigente e si compila prima.

Il problema è che mi risulta difficile stilarlo.

L’anno che sta per finire è come un tomo che sto per riporre nella libreria, stampato in caratteri piccoli e fitti. Già, non è un libro illustrato, eppure mi separo da lui a fatica, dopo averlo scritto pagina dopo pagina, e composto carattere per carattere, come un paziente tipografo d’altri tempi. Le pagine bianche che mi aspettano più in là di ventoquattr’ore mi guardano dalla rilegatura intonsa. Per ora indugio su questa puntata della mia saga che si intitola 2019, ed è il mio personale conto alla rovescia. Voglio prenderne qualcosa da conservare, ma non come si fa con i sassi o le conchiglie che si raccolgono sulla spiaggia, e finiscono su una mensola del salotto, a prendere polvere. Piuttosto come dei semi da piantare nel nuovo suolo.

Nonostante la fatica che lo ha segnato, è stato un anno buono.

Sfoglio le pagine a ritroso, mi rendo conto che così non funziona, non distinguo un capitolo dall’altro. Forse dovrei aprirlo a caso, dove capita, capita. Vediamo un po’…

Il dito si sofferma sui primi giorni di luglio. Dorotea e io ci bagniamo nel mare, e io ho deciso che affronterò gli sguardi che non possiamo più sfuggire. Lei ha puntato un gruppetto di ragazzini che stanno giocando con due animatrici. Si avvicina e comincia a chiedere: “Come ti chiami?”. Lo chiede a tutti. Poi riparte dal primo: “Come ti chiami?”. È a quel punto che si solleva la marea. Mi faccio avanti e rompo l’imbarazzo, soprattutto il mio, dicendo: “Vuole essere certa che non vi dimentichiate i vostri nomi”. Un sorriso, e la marea si riabbassa.

Dunque come cosa numero 1 scriverò: fare dell’ironia un salvagente.

Risfoglio, appoggio il pollice per fermare la corsa delle pagine: maggio. Andiamo a Torino a vedere un gastroenterologo che segue i bambini autistici. Dallo specialista vengo a sapere che Dorotea è in continua sofferenza addominale. Per lei cioè il mal di pancia è una condizione costante, ci convive, e da molti anni, certi movimenti che fa, come il suo continuo saltellare, le servono per lenire il dolore. Nessun medico finora lo aveva sospettato. Esco dalla visita tramortita come se mi avessero sbattuto una padella sulla testa. Da quel momento sono successe molte cose, tante sono cambiate in meglio.

Numero 2: a un certo punto arriva una grande scoperta.

Le pagine frusciano ancora, siamo a marzo. Invito a cena l’allenatore sportivo di Dorotea, con le insegnanti. Lui sostiene che la bambina dovrebbe andare meno a scuola e fare più terapia comportamentale a casa. Le insegnanti hanno una visione diversa: che ne sarebbe così del rapporto con i suoi coetanei? I compagni, anche loro stanno aiutando Dorotea a crescere. Lui sostiene che è inutile, tanto poi quando lei sarà grande la lasceranno comunque sola. Non voglio credere che sia così. Sono certa che Dorotea troverà sempre persone disposte ad accoglierla. Prendo la decisione di mollare questo allenatore.

Numero 3: definire le priorità.

Fine luglio. Sono quasi due mesi che Dorotea è a casa da scuola, ho cercato di organizzare delle attività per lei, ma è molto oneroso in termini economici, perché lei ha bisogno comunque di un educatore al proprio fianco. Sento l’ingiustizia della nostra condizione, l’estate è un periodo tosto per quelli come noi. Le insegnanti di Dorotea, che sono ancora a Milano, si offrono di passare del tempo con lei per alleggerirmi.

Numero 4: c’è sempre qualcuno disposto ad aiutare con il cuore.

Dicembre. Sono completamente concentrata sul mio ruolo di educatore, e di caregiver, ma devo anche lavorare. Dorotea ha appena fatto degli esami importanti, è il 24 e sono ancora impegnata a scrivere un testo. E all’improvviso ricevo un regalo: lo scarto e ci trovo un oggetto che equivale a una poesia, e capisco che c’è ancora una parte di me che non se n’è andata. Mi siedo al pianoforte, e dopo tanto tempo riprendo a suonare. Il valzer di Amélie.

Numero 5: i sentimenti e le emozioni fioriscono anche sotto la neve.


Foto di Shari Sirotnak da Unplash

7 Comments

      1. Mi piace scrivere, ma è anche la cosa più facile per non avendo più possibilità di lavorare in ufficio. Tu sei molto brava a scrivere, purtroppo non riesco a seguire altri blogger, e mi scuso davvero se non mi trovi presente sulla tua pagina. Per me il blog è come una terapia… un caro saluto e un abbraccio!

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