Un ortolano mi disse

onion

Sono ormai due anni che non vado più a lavorare in ufficio. La mia vita è tutta casa e quartiere. Il quartiere è un dedalo di sensi unici con al centro una fontana incisa delle parole di D’Annunzio: ampolloso rocchetto attorno al quale s’attorcigliano le rotaie del tram. Qui non c’è molto da vedere, piuttosto da immaginare. Facciate muffose di case di ringhiera e fabbricati semidiroccati d’inizio secolo scorso sorgono al confine con una landa misteriosa, delimitata da un muraglione basso e sbrecciato. La landa dei gasometri.

Il vantaggio di non dover andare in ufficio sta nel poter uscirsene di casa in orari aristocratici, tipo le undici, undici e trenta. Il mio in realtà è un ri-uscire, perché alle nove accompagno Dorothea a scuola, ma questo è un dettaglio.

Cammino lungo i marciapiedi assieme a pensionati con la borsa per la spesa su rotelle e studenti che sciamano da bocche di filobus al capolinea.

Mi dirigo verso il mercato rionale, che è l’altro vantaggio del non andare a lavorare in ufficio. Basta con l’anonimo del cellophane e dei vassoietti di polistirolo. Ripiegata sotto il braccio ho una busta abbastanza resistente per caricarci dentro un tesoro ancora sporco di terra.

Da qualche tempo tra le mie conoscenze ormai collaudate in ogni mercoledì e venerdì s’è aggiunto un nuovo banco di frutta e verdura. Ci lavorano un pugliese e un tunisino. Portano prodotti per lo più coltivati da loro stessi nella piana del Brenta. Mi sono andati a genio da subito, non solo perché hanno cose buone, ma perché instaurano uno scambio con chiunque si avvicini a loro. Dettagliano le circostanze per cui c’è particolare carenza o abbondanza di un ortaggio. Tagliano fette di mela e ne offrono. Incuneano le dita grandi e scure nella buccia spessa di un arancio e ne traggono spicchi carnosi e aromatici che distribuiscono a chi sta in attesa del proprio turno. Di pomi, ma anche di pere, ne hanno svariate qualità, con nomi strani, a volte esotici e frutti di piccolo calibro. Mentre pesano e insacchettano ti descrivono le caratteristiche del sapore, del profumo. Hanno riesumato antiche specie da tempo dimenticate. Mele mica solo da mangiare, ma adatte a spargere buon odore in casa, che le puoi persino tenere negli armadi e nei cassetti.

Un giorno, era inizio settembre, ho comprato delle pesche tardive. Ho chiesto se dovevo metterle in frigo.

“Signora, queste qui il frigo non lo hanno mai visto e non lo devono vedere neanche a casa tua, – mi spiega il pugliese, testa rasata, occhi normanni – Tienile con riguardo e vedrai che ti durano anche una settimana.”

“Che cosa vuol dire “con riguardo”?” sorrido, intrigata.

“Il riguardo, signora, è cura, attenzione.”

Torno a casa, mi accingo al mio, di lavoro, che adesso consiste nello scrivere. L’insegnamento dell’ortolano è un fresco intaglio. La scelta, l’attenzione. Il giusto dosaggio, la ricerca del sapore e del profumo. L’onestà.

La stessa cura che ci vuole per coltivare parole buone.

——

“Red Onion”, di Sally Jacobs

12 thoughts on “Un ortolano mi disse

    1. grazie Cate! grazie che ti fermi a leggere, mi fa davvero un grande piacere…viva il nostro quartiere, non sarà il più bello del mondo, ma in quanto carattere ne ha da vendere:-))

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      1. vedi un po tu… avrei forse dovuto scrivere fruttivendolo, ma era troppo lungo, volevo 4 sillabe, per riecheggiare meglio il titolo originale… ti mando dettagli della fontana, buona giornata

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