Per interposta persona

yogiDorothea ha un compagno fisso: è il suo orso di pezza rosa, arrivato circa tre anni fa. Un tempo aveva la peculiarità di essere profumatissimo di un aroma chimico, alla fragola. Proprio come il personaggio del film di animazione che riproduce: il famigerato boss di giocattoli dell’asilo Sunny-side, meglio noto come “Lotso”. Il pupazzo ha mantenuto fede allo stile del prototipo cui si ispira: in poco tempo si è imposto, è diventato imprescindibile, scalzando qualsiasi altro pretendente dall’aspetto più bonario e rassicurante. Perché, si noti bene, è ritratto con un sopracciglio che spiove verso il naso, in un’espressione vagamente minacciosa. Col tempo è stato affiancato da un simile molto più grande, battezzato “Lotso-grande” che è quello “più igienico”, destinato alla compagnia notturna, quindi da “Lotso-nuovo” che è andato a insediarsi nella casa del papà e “Lotso-grande-nuovo”, apparso quando Lotso-grande a uso cuscino sembrava prossimo a un cedimento strutturale. Però “Lotso-piccino” come è stato rinominato il capostipite, mantiene salda la posizione di primus inter pares, presente ovunque sia Dorothea: all’asilo, in auto, negli studi medici. A tremila metri, sulla funivia. In spiaggia, a prendere il sole (ma, soprattutto, la sabbia). È stato persino a San Pietro, e ha ricevuto la benedizione di papa Bergoglio. Si è goduto anche qualche concerto, e un’opera lirica alla Scala. Il suo trasportino è uno zainetto che la stessa Dorothea porta in spalla, assieme a un kit di posate, piattino e bicchiere di plastica. Entra in scena a risolvere i momenti di crisi, come un’acclamatissima vedette. Questo di solito è il copione: “Ciao, bimba! Ma che bello il tuo pupazzo! Come si chiama?” Lei salta, fa le moine, a volte risponde anche: “Lozzzzo”. “Come-come? L’Orzo?”. Prende posto ovunque la sua padroncina decida di collocarlo, preferibilmente su davanzali e mensole dimenticati dagli stracci prendi-polvere, sotto tavoli e poltrone, negli anfratti tra divani e pareti. Non odora più di fragola, ormai, ma di qualcosa di indefinibile: penso sia il sentore dell’usura, del passaggio. Gli effluvi artefatti dell’ammorbidente non hanno durevole presa sul suo tessuto, e nessun trattamento in fase di lavaggio riesce a rivitalizzarlo. Si è avvizzito, contratto. Come dice mia madre, che rende bene: “rappucito”. Più simile a una tartaruga senza testuggine. Lotso si fa interprete delle gioie, ma anche dei disagi e delle difficoltà vissute da Dorothea. Di quello che lei non riesce a raccontare, lui ne dà visione, diventando il protagonista di sceneggiate intense, intrise di pathos fino allo sbrodolamento. C’è stato un periodo in cui lei, con una mossa decisa e un po’ maldestra lo piantava su una seggiola mignon, davanti al tavolinetto dell’Ikea su cui aveva predisposto qualche genere alimentare di plastica o stoffa: una carota, una specie di sardina dai bordi smangiucchiati, una fetta di pane. Quindi solenne, assoluto, faceva risuonare l’imperativo: “Lozzzzo, siediti!” “Ufè! Ufé! – che è l’onomatopea del pianto di Lotso, con un’intonazione vagamente mariomeroliana. E del resto l’orsetto dichiara le sue origini partenopee con un accorato: – Nun vojo! nun vojo!” E lei, il volto contratto per rendere il dramma sconvolgente, l’anticamera della rovina: “Percheeeeé non lo vuoooiiiii?” Altra scena: “Lozzzo, andiamo all’asilo!” La risposta del Nostro è la stessa di cui sopra. E lei, questa volta rassicurante, ma con una venatura di sadismo: “Dai, che ti diveeeerti!” In casi come questo, il beneficio del cosiddetto “oggetto transizionale” è notevole. Perché non solo permette a Dorothea di esprimersi, ma anche a me di leggere le ripercussioni emotive che certe situazioni hanno su di lei e di intervenire di conseguenza. La scena del pranzo veniva ripetuta sempre più spesso, ossessivamente, e lei pretendeva che io presenziassi a questa specie di cerimoniale, prendendone parte attiva: dovevo ripetere le battute esattamente come lei me le imbeccava. A fianco di Lotso Piccino sistemava anche Lotso Grande e Lotso Grande Nuovo che, impersonando papà e mamma, a turno ponevano la domanda cruciale: “Perché non lo vuoi?”. Questo non solo mi estenuava, ma aveva anche cominciato a preoccuparmi. Sapevo dalle educatrici che mia figlia non sopporta di rimanere seduta a tavola durante tutto il tempo in cui il cibo viene servito e consumato, non solo da lei, che è compulsiva e tende a ingurgitare, ma anche dagli altri. Ne ho parlato con Elena, la sua terapista di CAA. Che dopo averci riflettuto, mi ha dato un suggerimento. Lì per lì non era tanto sicura che potesse essere la soluzione adatta, avremmo dovuto procedere per tentativi, cominciando così: nel momento in cui Lotso protestava, mi sarei messa vicino a lui ed esprimendogli piena comprensione, lo avrei confortato: “Ti capisco Lotso, so che non ti piace stare seduto. Non piace neanche a Dorothea, sai?”. Quello stesso pomeriggio, a casa, ho messo in atto il consiglio. Alle mie parole Dorothea è rimasta sospesa, assorta, ha abbozzato un sorriso. Sembrava soddisfatta e anche un po’ compiaciuta. Da allora ha diradato sempre di più questa rappresentazione e in poco tempo l’ha tralasciata del tutto. La mia consolazione, la mia comprensione, attraverso l’orsetto, arrivava a lei. Lotso a volte si prende degli spazi di libertà, scivola in qualche angolo più nascosto del solito e Dorothea viene da me e tra l’afflitto e il preoccupato mormora, semplicemente “Lotso-piccino”. E allora parto alla ricerca. Sono momenti di apnea, finché non lo riesco a scovare. Ultimamente abbiamo cominciato a lasciarlo in giro. Negletto sulla poltrona di un ristorante. In una sala d’aspetto. Ho la sensazione che prima o poi lo perderemo. La Vale mi ha spiegato che è un po’ la fine di tutti gli oggetti transizionali. A un certo punto vengono lasciati da parte. “Però rimangono dentro. Non vengono dimenticati affettivamente” ha precisato.  Scarsa consolazione. Ovviamente parlo per me.

9 thoughts on “Per interposta persona

      1. Ma dai! Grazie, davvero. Il tema non è di per sé così accattivante, in realtà ho cominciato a tenerlo perché sto scrivendo la storia in un romanzo e mi serviva “uscire allo scoperto” più per un fatto mio, insomma, raccontarsi in prima persona è come mettersi in mutande davanti a tutti… è per questo di tempo per aggiornare il blog me ne rimane assai poco, tra l’altro negli ultimi mesi l’ho anche disertato… comunque grazie mille ancora! ti auguro tante belle cose. a presto!

        Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...