Kun e Peng

Victo Ngai“Nel nord nudo e desolato c’è un oceano profondo, detto il Lago del Cielo. In esso c’è un pesce che misura nessuno sa quante migliaia di miglia. Il suo nome è Kun. C‘è anche un uccello, di nome Peng, di cui il dorso è grande come il Moonte Tai e le cui ali sono come nubi che coprono il cielo…” Chuang Tzu.

 Quando Dorothea era ancora nella mia pancia partecipai a un incontro tenuto dalla mia amica Myolin sulla visione del concepimento e della nascita nella medicina tradizionale cinese. Lei ci raccontò del mito che alcuni interpretano come l’incontro tra lo yin e lo yang da cui si origina l’essere umano: il pesce Kun che sta nel profondo delle acque di un oceano e che si trasforma nell’uccello Peng.

Non capivo bene la dinamica di come questo potesse accadere, e soprattutto quale fosse il momento in cui il pesce lasciasse le squame per rivestirsi di piume, ma del resto di fronte al mito bisogna mettere la logica da parte. Non c’era che godersi tutta la bellezza di questa visione, e farla propria, a prescindere da purismi e logiche interpretative. Così immaginavo la creatura dentro di me, roseo-dorata come una carpa, che se ne stava sul fondo della mia pancia: sbatteva la coda contro le sponde di quel laghetto che cominciavano a starle strette, smaniava dalla voglia di uscire fuori per venire a contatto con l’aria e spiegare le sue ali davanti ai miei occhi ammirati.

Decisi che avrei fatto degli acquarelli per un libro dedicato a lei. Quando sarebbe stata più grande le avrei raccontato la sua venuta al mondo attraverso queste immagini.

Ero ormai in maternità e avevo molto tempo a disposizione. Cominciai proprio dall’illustrazione di un piccolo-grande pesce rosso che, attratto da un raggio di sole arrivato fino a lui, s’indirizzava verso l’alto e cominciava a salire, con una morbida spirale. Le sue pinne erano leggere e trasparenti e gli si riavvolgevano attorno come veli.

Feci diversi passaggi di colore per rendere la profondità dell’acqua di quel lago-oceano misterioso e primordiale. Già al primo tentativo ero riuscita a realizzare qualcosa di molto vicino al mio intento. Il risultato trasmetteva un’atmosfera leggera e tuttavia profonda, incantata. Come è giusto che sia in un libro illustrato.

Era arrivato il momento di passare a ritrarre l’Uccello. Nella mia mente si presentava nelle fattezze di un airone: elegante e regale. Ma a questo punto tutto il coinvolgimento che avevo provato nel disegno del fondale marino si era già dileguato. Completai il disegno a forza e lo riempii di colore, senza alcuna convinzione. Ne venne fuori una cosa scolastica con un cielo annacquato nelle tonalità di un’alba più simile a un tramonto, su cui spiccava un volatile stilizzato e squadrato come un origami.

Pensai fosse dovuto a una mia questione. Qualche cosa che aveva a che fare con la mia incapacità metaforica di spiegare le ali e volare, con la mia propensione al raccoglimento. Poi però mi convinsi che era dovuto al fatto che Dorothea mi stava ancora nel grembo: quando sarebbe uscita, allora di sicuro avrei avuto l’ispirazione per ritrarre anche il passaggio simbolizzato dal volo.

Lei nacque e fui presa da ben altre cose e il progetto venne messo da parte.

Qualche settimana fa mi è tornato in mente questo mito e il mio personale approccio con esso.

In quello che incontrai come un “blocco” ci ho trovato uno spunto: Dorothea non compie un volo, almeno così come io mi aspettavo che sarebbe stato. Il suo è un percorso diverso, ma non meno spettacolare, non meno vero e significativo. E a questo punto mi sono persino permessa di stendere una versione “apocrifa”:

“Nel mare c’era un pesce. Un raggio di luce arrivò a lui, a illuminarne le squame. Cominciò a salire. “Esci” lo invitava il raggio, il pesce guizzò fuori e gli spuntarono le piume e le pinne si mutarono in ali, adesso l’aria lo sorreggeva, mentre la luce del sole ne avvolgeva il corpo. A quel punto l’uccello che era stato un pesce sentì nostalgia dell’acqua e del fondale. “Là sotto comunque sto bene, mi sento protetto”. E ricadde tra le onde.

Adesso vola sotto il pelo dell’acqua. Da un momento all’altro può riaffiorare.”

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