Il fiore più bello

fioriGrazie, rispondo a quelli che oggi mi dicono auguri. No, non faccio parte di chi sostiene che gli altri 364 giorni sarebbero la festa dell’uomo. Un giorno di festa è una commemorazione, un soffermarsi su quello che si ha costantemente sotto gli occhi e si dà per scontato.

Quand’ero incinta di Dorothea, un mio caro amico e Maestro mi disse che mi invidiava perché lui non avrebbe mai potuto vivere il mistero del concepimento. Il dono di prendere, accogliere in sé e nutrire. E il concepimento non ha a che vedere solo con i figli.

Oggi voglio dedicare questa giornata all’intuizione, alla sensibilità, alla concretezza, alla forza vitale e mi regalo la meraviglia del sorriso che affiora dalla fatica, dalle incertezze, dalle indecisioni, dalla gioia d’amore che ritorna nonostante tutto, dal quel sentire profondo che è parte di ogni respiro.

Non c’è fiore più bello.

Viaggiatori per volontà

strettaDiventare genitore è comprare un biglietto per una destinazione ignota. C’è un depliant in carta patinata che ti si materializza davanti, a un certo punto della vita, in cui delle immagini dai colori caldi, che inquadrano dettagli suggestivi, ti invitano a partire. Qualcuno che si è imbarcato per quel viaggio ti dice che non è poi così come nelle foto, insomma spesso le cabine sono troppo strette e affollate, le coincidenze saltano, i punti di sosta mancano e sono poco attrezzati e anche nel retro del depliant a ben guardare ci sono delle note, in caratteri minuscoli: costo del viaggio, profilassi da effettuare, quello che non copre l’assicurazione e via dicendo, ma niente, tu hai già deciso e tutto passa in secondo piano, persino il fatto che l’accompagnatore che ti viene dato sia inesperto, si affidi a te in tutto e per tutto e che all’inizio, oltre ad essere bizzoso e imperscrutabile, non sappia nemmeno parlare la tua lingua. Ma una cosa è certa: è lui che decide come andrà il resto del viaggio.

Ho cominciato con una metafora per pudore, perché non è facile affrontare questo discorso in modo diretto. E cioè, che cosa capita quando vostro figlio, il vostro “accompagnatore”, a un certo punto viene fuori che non parla, che non cammina, che non si muove come tutti gli altri… Che viaggio si prospetta?

I bambini, si dice, nascono senza istruzioni, ma sono di solito “impostati” in un certo modo. Per cui bene o male ce la si fa, nell’insieme. Si naviga a vista, ma si naviga. Alcuni invece disattendono anche le “impostazioni” di massima. Portano con sé un enigma. A volte, in certi casi, si può risalire al motivo di questa loro eccentricità, altre volte no, o almeno non subito. Una ricerca costante, nel tentativo di arrivare a una zona fuori dall’ombra.

Oggi è la giornata mondiale delle Malattie Rare.

Spesso all’origine di una malattia rara c’è un’alterazione genetica.

Vivere con una malattia rara significa che la diagnosi spesso è raggiunta dopo molti anni e nella maggioranza dei casi non esiste una vera e propria “cura”. Si può però intervenire con la riabilitazione.

Per un genitore con un figlio affetto da una malattia rara, il viaggio diventa un andare su per una montagna in mezzo a un bosco fitto.

Non sai dove vai, sai che solo che devi cercare, e trovare.

Ma questa è la situazione dei genitori di figli “speciali”, non solo affetti da malattie rare, ma anche da disturbi dello spettro autistico, ad esempio, che così rari ormai non sono più. È fatica, rinuncia. È esborso economico, laddove non c’è copertura del sistema sanitario nazionale. È notti insonni. Precarietà.

Una cosa contraddistingue chi va avanti così, su per la pendice della montagna: non si arrende mai.


Twilight Snow on the Mountain Road – Museum of Fine Arts, Boston

Lui corre da solo (ma ha tanti amici)

andrea-toniolo
foto di Marco Decarli

Gli opposti, messi vicino, creano un movimento, una corrente, fanno scorrere l’energia. Il contrasto, grande-piccolo, vicino-lontano, bianco-nero, riattiva la percezione e nella nostra mente apre il varco a una visione nuova, più limpida, fa scoccare una scintilla. Di qui la funzione e il valore del paradosso, che sta nel mostrare come ciò che viene comunemente dato per normale, in realtà così normale non è. Che ci sono altre vie percorribili, altri canoni contemplabili.

Alcune storie nascono con l’imprinting del paradosso. Metti un ragazzo che rimane immobilizzato a letto dopo essere stato investito da un’auto. Metti che questo ragazzo ancora prima di lasciare le stampelle decida di correre e fare migliaia e migliaia di chilometri. Questo è solo inizio. La fine ce la godiamo in una foto di lui coricato su un letto di scarpe, tutte quelle che ha consumato in questi anni, che sono poi relativamente pochi, considerando che il nostro eroe è classe 1989.

Ma anche se i chilometri che macina sono di tutto rispetto passano, come dire?, in secondo piano. Qua siamo a che fare con il sali-scendi, il salta-oltrepassa. Il ferma-riparti. Il guardare a una metà così lontana da sembrare impossibile e tuttavia perseverare, un passo dopo l’altro diventare tutt’uno con il suolo battuto, con il passaggio attraversato. Niente volate in rettilineo, sul tartan, e nemmeno sull’asfalto, (anche se in questa storia l’asfalto c’entra). Nel trail-running, la disciplina praticata da Budu, il ragazzo di cui sopra, a farla da protagonisti sono i sassi, le pozze, i corsi d’acqua, la polvere, la sabbia, la ghiaia, le buche. E il tempo. Non solo quello atmosferico, e certo non quello del cronometro che stabilisce i record, ma il succedersi delle ore, che avanzano in una corsa così lunga che potrebbe anche non finire mai. Qui non si corre per un risultato tangibile misurato (un altro paradosso,  almeno per la nostra civiltà). Qui si corre per se stessi. La fatica che alla fine non è più fatica perché si stempera nel respiro che diventa meditazione.

Budu ha scritto un libro in cui racconta la sua prima grande avventura e cioè la corsa fino a Capo Nord con partenza dal luogo in cui abita e che, a discapito del soprannome che gli è stato dato da bambino, e che evoca gli altipiani africani, non si trova in Kenya, ma in provincia di Padova e si chiama Galliera Veneta. E lui, al secolo, è Andrea, con quella bella “e” larga, aperta, che suona così bene da Brescia a Venezia.

Mentre se ne stava a casa, coricato e dolorante per via delle fratture, ha rivisitato quella che era stata la sua vita fino ad allora. Ne era veramente felice? È stato a quel punto che ha deciso di mettersi a correre, ed è partito non appena il corpo glielo ha permesso. La sua non era una fuga, ma l’inizio di una ricerca.

L’analogia con la corsa di Forrest Gump è inevitabile, ma Forrest la meta la decideva lì per lì. Lui invece ha studiato la cosa a tavolino. Un progetto serio, con dei criteri precisi, anche se aperto alle variabili. Dunque Budu-Andrea-Forrest ha caricato tenda e viveri su un carretto che si è progettato da sé, con due ruote da mountain-bike piazzate sotto una brandina, ed è partito. Detto così è un po’ semplicistico, perché c’è stata tutta una preparazione. Delle prove tecniche: caricava il carretto a poco a poco fino al peso che avrebbe avuto durante il viaggio. Girava per il suo paese trascinandosi dietro tutta quella roba tramite delle lunghe bretelle cucite da suo zio tappezziere lasciando che chi lo incontrava scuotesse anche la testa pensando in cuor suo che, con l’incidente, gli fosse andata via la ragione. Infine, in una giornata di inizio primavera la mamma e il papà e la fidanzata l’hanno accompagnato alla partenza. Non potevano mica far altro, lui aveva deciso. E così l’hanno lasciato andare con il carretto, la sua futura salvezza-compagnia battezzata Jenny-Anna #1 (e vediamo se capite il perché di questo nome).

Budu è salito attraverso l’Austria e la Germania, la Svezia, la Finlandia, la Norvegia. Sempre di corsa con indosso la felpa targata dal logo creato per l’impresa: un mulo con la barba e la scritta “Running alone”. La notte montava la tenda e si cucinava la sua cena vegetariana con il fornellino da campeggio. A volte trovava ospitalità presso qualcuno e lì caricava il cellulare e si faceva una doccia calda. Procedeva prediligendo le vie poco battute del traffico, anche se queste si rivelavano più ardue, come quando in Austria ha dovuto trascinare tutto il bagaglio su ruote lungo una salita innevata. Le uniche pause lunghe nel suo viaggio sono state per le rotture del carretto e una volta in cui le scarpe spedite per posta dall’Italia tardavano ad arrivare. Nella gente suscitava curiosità, ammirazione, e il desiderio di potergli essere di aiuto in qualche modo. Da qui l’origine di incontri che solo uno che si avvia a un percorso del genere può fare. Il suo viaggio presenta tutte le caratteristiche del percorso iniziatico come ne scrive Joseph Campbell, in cui per la via, proprio nel momento in cui sopraggiungono gli intoppi, ecco che appaiono gli alleati che ti aiutano a risolverli. Ma il più grande alleato Budu ce l’aveva (e ce l’ha) dentro, si è affidato alla sua stessa volontà, accettando tutto quello che gli arrivava. Ha attraversato la Lapponia in solitaria, senza incontrare nessuno per giorni e giorni, in bilico tra follia e illuminazione. La Natura, l’Into the Wild che s’era spazzata via altre imprese di giovani temerari, lo ha sostenuto nel ritmo di 50 chilometri al giorno. È arrivato a Capo Nord assai prima di quello che aveva previsto, arricchito di tanto e, soprattutto, di se stesso.

Mi sembra di vederlo, Andrea. Procede lungo una strada che attraversa sterminati campi di colza sotto il cielo blu del Nord, trascinandosi dietro quel carretto. Ma a correre è lui soltanto? Ho l’impressione che quella corsa non sia soltanto la sua. E deve aver provato qualcosa di simile chi gli ha dato una mano ad aggiustare una ruota del carretto, chi l’ha invitato a casa per una cena o una doccia calda.

Nelle foto e nei video in cui si è auto-ripreso lui ha sempre lo sguardo aperto, curioso, dietro le grandi lenti degli occhiali.

E a vederlo sorridere, c’è niente da fare, ti scappa il sorriso.

Il valore di certe storie è che ti fanno da specchio.

 


 

Nella foto in alto: Andrea Toniolo coricato sulle scarpe consumate in tre anni di allenamento.

Ah, il libro di Andrea, si intitola: “Il limite che non c’è” e lo potete recuperare qui, assieme al bel documentario che ha realizzato con Alberto Scapin:

http://www.sportecomunicazione.it/ordina-il-libro-di-andrea-toniolo-il-limite-che-non-ce-dallitalia-a-capo-nord-correndo-assieme-al-film-documentario-capo-nord-therunnerdoc/

Per sapere di più su Andrea vi consiglio di guardare questo suo public speaking:

Storia di un albero che non c’è più

albero
Questa è la storia di uno di noi, nato per caso in una striscia di terra ancora selvatica. Terra di arbusti spinosi e di erba che in estate cresceva oltre il metro e più e al termine dell’autunno s’afflosciava mettendo allo scoperto bottiglie, lattine e altri rimasugli di adunanze clandestine. Era cresciuto a ridosso della rete metallica con cui qualcuno aveva recintato lui e altri compagni, non si sa bene se per contenere il loro avanzare o se per preservarli dalle intrusioni aliene.

Il suo fusto alto e largo dichiarava un’età piuttosto veneranda per uno della sua specie. Per anni aveva ascoltato la sirena d’inizio e di fine giornata, aveva guardato le tute blu entrare e uscire dallo stabilimento oltre la strada. Aveva offerto ombra nella pausa del mezzogiorno per una pennichella o una sigaretta. Poi la sirena aveva smesso di suonare del tutto e lui era rimasto lì, affacciato all’asfalto, ricoprendolo con la sua chioma, nostalgico di un contatto, proteso a uno scambio.

Questa è anche la storia di una ragazza che ogni mattina passava in bicicletta tra una striscia di terra ancora selvatica e il vasto parcheggio di una fabbrica in disuso, smangiato dalla gramigna che pulsava da sotto la crosta di cemento. Alla ragazza mancavano gli alberi. E per questo passava volentieri per quella via, diretta al lavoro, perché a un certo punto avrebbe trovato sulla sua testa i rami che stendevano un tunnel tutt’intorno, per diversi metri, e a maggio si facevano pesanti di grappoli bianchi, gli stessi che profumavano le colline in cui era cresciuta. Si divertiva ad allungare la mano in alto per solleticare i petali e in quel contatto si sentiva di nuovo bambina e leggera. In estate i fiori si trasformavano in baccelli che poi esiccavano e con l’arrivo dell’autunno, al passaggio del vento, producevano un suono secco, sommesso, di commiato alla bella stagione. Ma anche quando non c’erano foglie alla ragazza giungeva il saluto dell’albero, che consisteva nella sua stessa presenza.

La ragazza aveva poi smesso di andare in ufficio con la bicicletta. Semplicemente era rimasta a casa. Non era nemmeno più ragazza, ormai. Ogni tanto però le capitava di passare per quella strada, e quando arrivava in prossimità della vecchia acacia, o gaggìa, come la chiamano dalle sue parti, si rinnovava un incontro tra vecchi amici.

Questo settembre, al rientro dalle vacanze, dallo stampatore qui all’angolo mi è caduto l’occhio su una petizione. Per cosa, il negoziante non ha saputo spiegarmelo bene. Vogliono tagliare degli alberi, ha buttato lì, con il fumo della sigaretta. Ho firmato, perché anche quel poco d’informazione era sufficiente per firmare.

Qualche settimana più tardi sono passata per via Caianello e la striscia di terra si è mostrata ai mie occhi: nuda, bruna. Niente più erba, niente più arbusti. Solo lui resisteva, nel suo angolo, affacciato all’asfalto, proteso verso il parcheggio della fabbrica. Almeno l’avevano risparmiato, e questo era un sollievo. Forse per rispetto alla sua età, o al suo valore simbolico. O forse c’era bisogno di una tecnica speciale per sradicarlo. E alla fine l’hanno messa a punto perché dopo alcune settimane non c’era più nemmeno lui. Era malato, era pericoloso?

Quella terra che alcune famiglie avrebbero voluto trasformare in orto cittadino adesso è recintata da una transenna oltre la quale svetta un cartello con il disegno di un palazzo dal nome futuribile e benaugurante.

Ma se andate su Google maps, almeno per qualche mese ancora, il mio amico lo potete vedere ancora. Io lo ricordo qui.


In alto “Never give up” di Milo, “esposto” a Santiago.

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Strade

stradeLa fila è la fila più corta. Non più di due carrelli e nemmeno tanto pieni. Davanti a me due coppie di pensionati. Mi sistemo come terza e guardo le altre, di file, che partono sin dagli scomparti dei reparti. E penso che ci deve essere sotto qualcosa, non so ben dove e cosa, ma c’è.

Dietro di me si sistema un signore di settant’anni. Mi preme addosso il carrello e non se ne accorge nemmeno. Ma oggi premono tutti: è sabato, è tarda mattina, fuori piove e in troppi, per destino o fortuna, ci siamo ritrovati qui dentro, con il naso per aria, sperduti, incazzosi. Mi avvicino di più al nastro e studio la cassiera. Il momento con la cassiera è sempre importante. Questa l’ho già incontrata un paio di volte. È una che conversa volentieri e ti chiede il parere sul detersivo che stai acquistando. Ha i capelli neri corvino e una messa in piega ispirata a Boccioni, la voce secca delle donne del sud America.

“Vada al tabellone, controlli se ha vinto!” spiega, amabile, alla signora cui consegna lo scontrino.

“Il tabellone là in fondo?” strizza gli occhi la signora e scruta l’orizzonte a tre metri dal suo naso.

“Sì, la settimana scorsa c’era qualcuno che ha vinto l’auto, e non si è fatto vivo… !” poi si gira verso la collega della cassa alla sua schiena: “Mi sembra come all’università, quando si andava a controllare il voto alla bacheca…”

La prossima cliente sono io:

“E che cosa ha studiato?” domando.

“Storia. Studiavo legge, ma poi ho capito che non era l’ambiente che faceva per me. Così ho cambiato. Quante me ne ha dette, mio padre! Sa, al mio paese non è facile entrare all’università. Bisogna dare un esame.”

Mi allargo: “Lei di dov’è?”

“Perù. Ho seguito l’amore in Italia, poi l’amore mi ha lasciato. La vita prende certe strade…”

Dalle Ande al registratore di cassa. De Amicis, duemiladiciasette.

Ci salutiamo, altri commenti a quel punto non sono necessari. Controllo il mio scontrino. L’estrazione dell’auto sarà il 10 di febbraio, chissà se per la fatidica data avrò conservato questa striscia di carta. Carico tutto in auto, sguscio da sottoterra. La pioggia batte sul parabrezza.

All’imbocco del cavalcavia colonne di cemento armato affiorano tra l’umidità condensata, caliginosa, nel quadrilatero di steppa lombarda ancora risparmiato dalla ruspe. Mi ricordano qualcosa e dopo metto a fuoco: le rovine degli acquedotti nella campagna romana sulla strada per l’EUR. Roma, non l’avrei lasciata mai. Eppure sono finita qua.

La vita prende certe strade, e noi si prende per buono un po’ tutto.

Anche la Bovisasca.


Illustrazione di Rébecca Dautremer

La Grande Scuola

scuolaNelle mattine in cui non ha terapia Dorothea entra a scuola alle otto e venticinque, come tutti gli altri. Nell’atrio l’attendono la signora Francesca, l’insegnante di sostegno, e alcuni dei suoi compagni di scuola, i più affezionati, che subito le vanno incontro per salutarla, per abbracciarla. Consegno la cartella alla maestra, ci scambiamo qualche informazione. Per mia figlia, avvolta dagli altri bambini, io perdo consistenza. La maestra insiste comunque perché mi saluti, lei fa un cenno vago senza nemmeno voltarsi nella mia direzione.

E a quel punto mi sento bene.

Rimango a osservarla mentre sale i quattro gradini verso il corridoio delle classi prime: ondeggia con quella sua andatura da equilibrista sui trampoli che mi fa un po’ tenerezza, e insieme mi riempie di ammirazione. Non saprò mai quanto sia difficile per lei coordinarsi a quel modo per compiere ciò che a me non costa nessuna fatica, eppure è chiaro che ce la mette tutta.

Mi sento bene, mentre esco dalla porta a vetri, controcorrente rispetto al flusso di alunni che entrano. Saluto le bidelle, fendo la calca dei saluti, dei capannelli dei genitori.

Mi sento bene. E non è che mi stia auto-convincendo. Dorothea passerà delle buone ore, lì dentro. Lo so. Alle nove farà logopedia via skype seguita da Francesca. Terapia in ambiente scolastico, proposta della neurologia pediatrica. “Per noi va benissimo” avevano detto entusiaste Francesca e Eleonora, l’insegnante prevalente, aggiungendo: “Tutto quel che si può fare per aiutare Dorothea, facciamolo”.

Francesca ed Eleonora credono nel potere della cosiddetta “inclusione”, cui dare la precedenza rispetto alla stessa erudizione. E infatti mia figlia si è fatta tanti nuovi amici. Tra questi ci sono Valeria, una bambina formato mignon, grande come la cartella che porta sulle spalle, e Alessandro Leone, il bambino con le ciglia più lunghe che abbia mai visto e che a Dorothea fa da cavalier servente.

Costeggio il muro che dà sulla strada, la cancellata da cui si vedono le finestre alte che danno sul grande cortile. È un edificio d’inizio Novecento. Fa impressione pensare a quanti scolari siano passati e cresciuti lì dentro. Prima mi incuteva timore l’idea che anche mia figlia finisse lì, inesorabilmente, come tributo umano al grande ventre dell’Istruzione Nazionale. Me la immaginavo sperduta tra il vociare e il brulicare dei giochi di centinaia e centinaia di uomini e donne in miniatura, oppure saltellante in qualche aula vuota, perché incapace di stare tante ore seduta al banco. E il sostegno? Le avrebbero dato tutto quello di cui aveva bisogno? O sarebbe rimasta a girovagare per l’aula mentre le insegnanti cercavano di fare lezione? Tutte le storie di carenza di personale, di tagli dei fondi a favore dei cosiddetti disabili, storie mica per sentito dire, ma ricevute da chi le aveva vissute in prima persona, erano gli spauracchi che infestavano i miei momenti più cupi. E poi, una storia di queste l’avevamo vissuta anche noi, in prima persona, all’inizio della materna.

Ne ho viste di scuole, prima di arrendermi all’idea di portarla nel “casermone”. Scuole private, scuole statali con la fama di essere grandi scuole.

Ma tante cose hanno fatto sì che alla fine Dorothea andassi a iscriverla proprio nella Scuola di inizio Novecento. La differenza la fanno le persone giuste, mi hanno detto, in tanti. E forse è davvero così, ma una cosa è certa: le persone giuste le abbiamo trovate.

Loving

saturdayMi piacciono i sabati mattina di dicembre.

Mi piace girare in bici nei sabati mattina di dicembre.

Mi piace che nei sabati mattina di dicembre, fuori dal centro, tutto dorme ancora. Forse non è così, ma mi piace pensarlo.

Mi piacciono i negozi di caramelle. Quelli degli anni settanta, con i barattoli sulla mensola e una signora fresca di messa in piega che ti chiede che cosa e quanto ne vuoi.

Mi piacciono gli edifici un po’ malandati e scoloriti, perché raccontano il passare del tempo.

Mi piace la polvere perché è lo strato del tempo.

Mi piacciono i palazzi con i portoni aperti su cortili dove non abiterò mai.

Mi piace la cashbah di Buenos Aires.

Mi piacciono le scatole di biscotti allo zenzero, quando è dicembre.

Mi piacciono i biscotti allo zenzero, ma solo a dicembre.

Mi piacciono se sono quelli dell’Ikea, e anche se non sono bio chissenefrega.

Mi piace che Paolo mi dice “stay open”. Io sto “open” e già mi sento meglio.

Mi piace Milano, che non può stare senza wi-fi, ma sogna la campagna.

Mi piace quando esce il libro del mio scrittore e ne posso comprare due copie. Una per me e una per un amico.

Mi piace quando riesco a tornare sui miei passi.

Mi piace quando torno sui miei passi e realizzo che ho fatto bene.

Mi piace quando il mio vicino mi cede il posto auto in cortile.

Mi piace che avrò qualche ora tutta per me.

Mi piace che potrei fare molte cose e scelgo di non fare niente.

Mi piace che forse vedrò una persona. E mi sento anche “open”, il che non guasta.

Mi piace incrociare lo sguardo di sconosciuti e salutarli.

Mi piace se mi rispondono.

Mi piace quando sono così, che mi viene da salutare chi non conosco.

Mi piace comprare la verdura da Angelo l’ortolano.

Mi piace girare per la Bovisa, anche se non è bella.

Mi piace via Morghen con il gasometro all’orizzonte e il muraglione che quando lo costeggio mi sento come al porto di Genova.

Mi piace la scuola elementare di mia figlia, multietnica e novecentesca. La scuola che porta il nome del mio poeta. La scuola di Ermanno Olmi. La scuola dove vado a votare.

Mi piace andare a votare, ogni volta è come se avessi appena compiuto diciott’anni.

Mi piace svegliarmi presto la mattina.

Mi piace lavorare.

Mi piace lavorare la mattina, quando tutti dormono ancora.

Mi piace soprattutto che tutti dormono ancora, così posso lavorare in pace.

Mi piace scrivere.

Mi piace anche leggere, ma soprattutto

Mi piace scrivere.