Perché questo blog?

Marzo, 2017

Per chi legge questa pagina per la prima volta avverto che si tratta di una introduzione 2.0. All’inizio volevo raccontare. Le cose di tutti i giorni, le cose speciali, le cose che mi erano capitate mio malgrado. All’origine c’era il desiderio di fare un po’ di ordine e chiarezza e di legittimare tutto quello che da un po’ di tempo continuavo a nascondere sotto il tappeto, ma con cui avevo a che fare ogni giorno: l’essere rimasta da sola con una figlia “diversamente abile” poco dopo aver deciso di lasciare il lavoro in azienda. Avevo, se così si può dire, il privilegio di vedere i casi della vita da un’angolatura particolare: quello non già della marginalità, dell’esclusione (che preferisco definire piuttosto esclusività), ma della Periferia: l’essere in un posto diverso rispetto a dove sembra che la vita vera si stia svolgendo. Questo è un blog sulla periferia e lo sostengo, adesso, orgogliosamente: periferia non solo metaforica, di attese nelle sale d’aspetto mediche e di ricerca di terapie di recupero, ma anche reale, sostanziale. Perché molte delle storie di cui racconto avvengono alla Bovisa, quartiere del nord-ovest di Milano, di operai in pensione, studenti pendolari e donne velate con almeno tre figli al seguito (di cui uno immancabilmente nel passeggino). Se vorrete soffermarvi su qualcuna di queste “pagine” vi auguro Buona Lettura.


Novembre, 2014

Lavoravo in una multinazionale, avevo un marito, una casa e nella mia testa era già tutto prestabilito. A trentacinque anni suonati, dopo essermi assicurata quel minimo di carriera che mi permetteva di avere uno stipendio decoroso e di prendermi qualche soddisfazione e gratifica, ho deciso che era arrivato il momento di fare un figlio. Magari anche due. Sì, d’ora in poi la mia vita sarebbe stata tutta corse tra ufficio, asilo e pediatra, ma ero ansiosa di stare dentro al copione. Nel mio immaginario il massimo di disagio erano i permessi da prendere nel momento in cui il bambino si sarebbe ammalato frequentando il nido. Non avevo mai tenuto in conto nessun tipo di imprevisto rispetto alla linearità di questo percorso.

L’imprevisto è arrivato. Già ai primi mesi di gravidanza sono emerse alcune complicazioni nello sviluppo della creatura che portavo in grembo. L’allarme è rientrato subito, ma i medici ci hanno pre-allertato sul fatto che queste complicazioni, per quanto apparentemente risolte, potevano significare qualcosa. Bisognava aspettare che la piccola venisse al mondo per scoprire di che cosa si trattasse.

Quando metti al mondo un figlio speri che sia in salute. Che sia intelligente. Al massimo che sia un genio. Alla nascita di Dorothea fu evidente che  avremmo dovuto mettere da parte tutte le aspettative di questo genere. Solo mentre la bambina cresceva ho cominciato a realizzare che una cosa sono le attese e una cosa è l’individuo, con le sue specificità, a prescindere da quali esse siano.  Ed è come se ogni giorno mangiassi un pezzettino di un frutto misterioso che serve ad aprire gli occhi e a prendere le energie per affrontare la realtà. Un frutto che non dà superpoteri né contiene alcun antidoto. Non mi sono cresciute addosso delle corazze e tuttora provo sofferenza quando lei rimane ai bordi di uno scivolo mentre gli altri bambini si arrampicano su quadri svedesi di corda, come degli acrobati. Tuttavia vedo anche che lei si evolve, matura e che il suo “ritardo” diventa sempre più qualcosa di relativo.

Lentamente mi sono resa conto di come quello che all’inizio sembra una calamità, una sventura, possa paradossalmente trasformarsi in un aiuto e, perché no, magari anche in una via di salvezza. Che la via “senza intoppi” (ammesso che essere genitori sia senza intoppi) spesso è ingannevole: i problemi ci sono, sempre, ma si tira avanti lo stesso, perché andare al nocciolo della questione non è mica una cosa che viene su due piedi. Che vivere diventa più semplice quando non ci opponiano a quello che ci capita, ma ne assecondiamo lo svolgimento. E nell’assecondare allora diventiamo noi il motore della nostra esistenza. Così, mentre facevo del mio meglio per capire di che cosa Dorothea avesse bisogno, mi è apparso chiaro che avrei dovuto compiere dei passaggi che continuavo a rimandare da tempo. Un anno fa ho lasciato l’azienda per stare più vicino a mia figlia e realizzare un progetto personale accarezzato da lungo tempo.

E poiché i grandi cambiamenti non avvengono mai da soli, qualche mese più tardi mio marito ha deciso di andare a vivere in un’altra casa.

Sarebbe insensato affliggersi per il fatto che la mia “favola” famigliare non è andata nella direzione che mi ero immaginata e sono felice e orgogliosa di essere la mamma di Dorothea. Sento che non si tratta di un’autoconsolazione.

Il titolo che ho pensato per questo blog è proprio ispirato dalla leggerezza, dal senso di serenità e di divertimento di una delle canzoni che a lei piace sentirsi cantare. “Baciami, Piccina”, accolgo il tuo dono di amore, che è insieme luce e mistero. E con esso e per esso, mi cambio, mi trasformo.

Le esperienze che compio con o grazie a Dorothea fanno nascere nuovi incontri, nuove congiunzioni tra me e la realtà che mi circonda. Mi rapporto alle cose con un atteggiamento diverso. Le generalizzazioni e le categorie convenzionali dello status individuale (tipo sfiga/felicità/fortuna e molte altre) hanno meno presa su di me. Perché accontentarsi di una formula già pronta? Non penso di essere la portatrice di chissà quale conoscenza dopo aver vinto terribili sfide. Le sfide non finiscono mai e ci sono genitori che si trovano a fronteggiare situazioni ben più complesse e gravose rispetto a quella che vivo quotidianamente. Ma, come mi ha detto un giorno il mio grande amico e Maestro Gio’ Fronti: se di certe cose che ci accadono non possiamo capire il senso, possiamo però cercare di scoprirne il significato. Ecco, il bisogno di registrare le considerazioni in margine a queste esperienze penso nasca da questa ricerca. Non nego quello che vivo, negarlo sarebbe come togliere dignità a mia figlia e a me stessa, e lo scrivo, così com’è. E il fatto di condividerlo nasce dalla consapevolezza che non siamo mai da soli, anche quando il dolore è tanto forte da farci chiudere in noi stessi.

Nelle pagine di questo blog parlerò di Dorothea e, inevitabilmente, di me. Di fatto sono io che scrivo. Qui ci finiscono gli echi delle mie ansie, speranze, gioie e incazzature. E anche se mi trovo a raccontare certi espisodi relativi a situazioni scomode o critiche non è mia intenzione montare qui un palco di denuncia sociale.  Non perché non ce ne sia bisogno. La mia esposizione, per forza di cose, non potrà mai essere oggettiva, ma certi fatti sono così forti da mantenere i propri connotati, nonostante l’impronta della voce che li trasmette. Ciascuno trarrà le proprie conclusioni.

Sul Maestro Gio’ Fronti: 

http://www.giofronti.com/Upload/DynaPages/index.php

13 thoughts on “Perché questo blog?

  1. Leggo in ritardo ma sono appena arrivato… sei una gran bella persona wabi, dalle tue parole traspare forza e sano orgoglio di donna e di madre. Personalmente non posso che augurare ogni bene a te ed alla tua meravigliosa piccola, perchè in fondo nessuno di noi può dire di essere l’artefice del proprio futuro, ma può essere certamente un protagonista del suo presente… Un bacio a te!

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    1. Ciao Gigi, piacere di conoscerti, anche io sono appena arrivata. Un anno fa ho creato questo blog perché perché ero sicura che avrei trovato anime belle che lo avrebbero accolto. Non sono in molti a passare di qua, ma ci passano quelli giusti:-)Grazie di cuore per il pensiero!

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