Un mondo migliore

Di Pizzaut, il progetto del visionario Nico Acampora, avevo sentito parlare molti anni prima che decollasse, prim’ancora che Dorothea avesse la diagnosi di autismo, circa sei o sette anni fa.

Nel frattempo la nostra storia personale si è evoluta, tra alti e bassi, e Pizzaut ha finalmente aperto, sfidando il Covid. Da allora della “pizzeria degli austici” ho letto e sentito grandi cose, soprattutto nei resoconti entusiastici degli amici. Amici che non mancavano di stupirsi che Dorothea e io non ci fossimo ancora state.

In effetti io non vedevo l’ora di sperimentare, ma temevo un’esperienza negativa con Dorothea. A lei piace andare al ristorante, ne ha un ricordo piacevole di quando ce la portavo da bambina, ma crescendo il suo rapporto con gli ambienti affollati si è complicato divenendo drammatico. Il rumore, il via vai delle persone le generano ansia. Metti poi che accanto al nostro tavolo ci sono bambini piccoli. Se ci sono i bambini piccoli è la fine, dobbiamo filare via. Meditavo di andarci “in avanscoperta”, ma è finita che ho dato sempre la precedenza a qualcos’altro. Forse perché non ci credevo. Un posto pieno di gente dove Dorothea se ne sta seduta al tavolo e non si mette a gridare perché non tollera il rumore? Fantascienza. A dire il vero a volte si calma se l’ambiente non è troppo grande e se ha la possibilità di entrare in contatto con le persone convenute, a una a una. Come? Semplicemente ti si piazza davanti e chiede senza remore nome e cognome. È il suo modo di mappare il territorio per gestire l’ansia. Io sono sempre un po’ in imbarazzo quando fa il controllo della ID di chiunque le sta attorno, soprattutto con gli sconosciuti. La butto sul ridere, faccio la simpatica, ironizzo, sdrammatizzo. Ma è un po’ una maschera che indosso a fatica. Quanto a lei, è capace di conoscere trenta persone in dieci minuti. E sa rendersi immediatamente popolare per via del suo sorriso sornione, ma soprattutto perché è una gran paracula.

Comunque lo scorso giugno il mio amico Paolo mi incalza: “Prenota da Pizzaut”.

E mi racconta di averci incontrato Elio, con suo figlio Dante. Ci vanno spesso perché in quel locale il ragazzo è libero di girare e fare quello che vuole. Mi convinco, scrivo per prenotare e ottengo un appuntamento per tre mesi più tardi.

A inizio settembre arriva finalmente la serata, raggiungiamo Paolo e Luciana che ci aspettano nel dehor, siamo scortate dallo stesso Nico Acampora, e sono colta da una emozione fortissima. Riconosco i camerieri di cui ho letto e sentito parlare: ormai per me sono autentiche celebrità.

E che emozione vederli muoversi e parlare con disinvoltura. Mi prende la speranza che mia figlia un giorno possa fare altrettanto, qualsiasi sia l’ambito in cui troverà un suo spazio nel mondo.

Andrea, il ragazzo che ci prende la comanda, ha lo sguardo che mira verso un punto né vicino né lontano. È uno sguardo inconfondibile, per me così caro. “Mi piace come parli – mi dice – hai un tono della voce che mi fa sentire bene.”

Caro Andrea, non potrei ricevere complimento più bello. Ma non saprei come spiegartelo il perché di questo mio tono di voce. Mi è venuto fuori così, dopo anni di esperienza nel modulare tra il rasserenato, il confortante e l’imperativo sottovoce.

Andrea ascolta le nostre richieste, prende nota sul blocchetto: consiglia, raccomanda, con lo sguardo da dietro gli occhiali sempre rivolto a un punto né vicino né lontano. Quando si allontana per portare gli ordini in cucina un po’ mi dispiace, avrei voluto chiacchierare con lui.

Qualche minuto più tardi arriva il suo collega William, con una pizza su di un tagliere. Annuncia: “La margherita?”. Ha uno sguardo dolcissimo, un po’ smarrito. Noi lo ricambiamo con un altro tipo di indugio, non diciamo nulla e lo scrutiamo come a dire: “Una soltanto? forse non è per noi…”. William allora fa un passo indietro, come intimorito. Per fortuna rinsavisco e dico, sentendomi un’emerita imbecille: “Ma è per me! La margherita l’ho ordinata io!”

Lui me la porge, elegante e disinvolto, e mi pare di leggere nella sua mente: “Ma questa sa quello che vuole?” Scusami William, io sono un po’ incerta di mio e poi non so perché, ma sono abituata ad aspettare.

In pochi istanti abbiamo tutti il nostro appagamento bello fumante e profumato sul tagliere. La pizza di Dorothea senza glutine è grandissima e invitante. Lei ci si avventa sopra e ingolla la mozzarella, nonostante gli inviti a trattenersi. Ma è impossibile: è lei stessa divorata dall’ansia. Il vociare tutt’attorno sta crescendo via via. Ha chiesto di indossare le sue cuffie anti-rumore rosa shocking, ormai il dehor si va riempiendo. Finisce di ripulire la mozzarella dai brandelli di impasto sugoso, disseminati qua e là e ordina la ritirata.

Grazie a Paolo e a Luciana riesco a trattenerla, ma lei è inquieta e nello sguardo le leggo il terrore dell’animale braccato. Luciana individua uno spazio nel giardino, a due metri da noi, al di fuori dal tendone: ci sono dei tavoli inutilizzati. Lì magari si sentirà più serena? Sì e no. Non lo sa neanche la stessa Dorothea, forse potrebbe in effetti… ma non si lascia andare, nemmeno con il tablet a disposizione. Si alza, si allontana. Faccio per trattenerla ma Paolo a quel punto mi ricorda: “Qui può fare quello che vuole”.

Dopo poco infatti Dorothea torna indietro e si è fatta persino degli amici. C’è un ragazzino più piccolo di lei che la tiene per mano, la riaccompagna al suo tavolo. Dietro di lui trotterella la sorellina. Prendono delle sedie, si mettono vicino a Dorothea e guardano il tablet insieme a lei. Non intendo quello che le stanno dicendo, ma il quadro di Dorothea accompagnata a quel modo mi stordisce con qualcosa di simile alla felecità. La mamma dei bambini li raggiunge, ci scambiamo qualche parola. La ringrazio, lei mi ringrazia a sua volta e non abbiamo necessità di spiegarci il perché. Dorothea riparte alla carica, a questo punto faccia quello che vuole. Non la ferma più nessuno! Va al di tavolo in tavolo e domanda a ogni commensale: “Tu come ti chiami, tu?”.

Riceve rispose, sorrisi, risponde quando le chiedono il suo di nome. È entusiasta, appagata. Un folletto festante. Io la monitoro da lontano. Ha ragione Paolo, qui non devo spiegare o giustificare niente a nessuno, qui. E un peso mi scivola dalle spalle.

Ricaccio il sospetto che per molto dei commensali lei sia solo un elemento di folclore: la ragazzina con le cuffie rosa shocking. Fa scena, spettacolo. Tra un’ora saranno a casa, finita la parentesi Pizzaut con gli autistici.

E se invece non fosse così? Se questo momento, unico, non fosse che una grande prova generale di un nuovo mondo che può effettivamente sbocciare? Nonostante la guerra, nonostante l’odio e le prevaricazioni? Preferisco pensare che molte di queste persone torneranno a casa diverse, con maggiore sensibilità e consapevolezza. E se davvero un mondo migliore fosse possibile?

Richiamo Dorothea a me solo quando compare Nico Acampora per raccontare del progetto Pizzaut. Con lui stasera c’è una personalità politica. Ce ne sono diverse che in questo periodo vanno lì o comunque vorrebbero andarci. Nico indossa un microfono perché tutti lo possano sentire ed elenca cose che conosco purtroppo molto bene: di come ormai in Italia una persona su 100 sia autistica, di come i bambini e ragazzi disabili debbano aspettare mesi prima di avere un sostegno e un educatore dopo l’inizio dell’anno scolastico. E di come, dopo la scuola, di solito non ci siano prospettive per ragazzi come i nostri. Racconta di quando aveva lanciato l’idea della pizzeria e gli avevano riso in faccia. Una neuropsichiatra lo aveva definito un padre frustrato che non si arrende all’evidenza. Credo che molti di noi genitori “speciali” abbiamo dovuto confrontarsi con verdetti di medici che ci davano per spacciati. La rivalsa in questi casi è il piatto più saporito che si possa gustare. E infatti la buona volontà, la sagacia e la determinazione hanno portato Nico e i suoi ragazzi a preparare la pizza persino per Papa Francesco. E i suoi ragazzi adesso hanno una formazione, un impiego, una vita piena. Davvero un mondo migliore è possibile, quando non ci si dà per vinti.

Non riusciamo a rimanere fino alla fine della presentazione perché dopo mezz’ora Dorothea è stanca. Stavolta la devo accontentare.

Paolo e Luciana ci accompagnano fino all’automobile, abbraccio i miei compagni di avventura. Perché di una vera avventura si è trattata. Torniamo a casa diverse, anche noi. Dorothea è felice, io fiduciosa. Il mondo migliore è possibile, basta volerlo costruire assieme.

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