Tu, come ti chiami, tu?

E va sempre a finire che lei si avvicina, punta il dito, o magari anche lo appoggia, quel dito inarrestabile e irriverente, curioso e malandrino.

Sul petto, sulla spalla, sulla cerniera della giacca. Uomini, donne, bambini. Se sono bambini lei adesso si flette sulle ginocchia, per guardarli meglio in viso.

Che gliene frega del metro o più di distanza. Della mascherina che le copre la bocca (ma non il naso, che sbuca sempre fuori).

La voce da sotto le esce smorzata, compattata: “Tu, come ti chiami tu?”

Ed è così che il suo territorio si estende, un vero e proprio dominio onomastico.

Raffaele.

Paolo.

Giovanna.

Michela.

Lei neanche ascolta, il dito è già andato oltre.

Marina.

Roberto.

Paolo (un altro).

Michela (quella di prima, il dito dove va, va. E spesso ritorna sui suoi passi, oppure si stordisce, a forza di girare.)

Ansia di controllo, modalità di contatto?

Che sia quello che sia, il dito quando parte si tira dietro la domanda e nessuno può sottrarsi dal rispondere.

Il dito è tenace.

Quella domanda, così semplice e apparentemente innocua è come se tirasse giù un velo e spesso le persone rimangono nude.

Perché non si tratta di una semplice presentazione, di uno scambio, ma di un vero e proprio interrogatorio.

“Tu, come ti chiami, tu” vale a un “Chi sei?”

Non puoi sfuggire, guardati dentro.

Spalle al muro. Soprattutto se hai un nome particolare. Avanti, racconta.

Dinda. La signora di settant’anni nella sala di attesa medica ci dice che era l’unica a portare questo nome, diffuso in Slovenia, ma non sul Lago Maggiore. Un corteggiatore la sgamò subito: lei era uscita con un commilitone. Di Dinda c’era solo lei. Poi alla fine si sposarono.

Ferid. Il giovane bibliotecario albanese che ha preso il nome da un premio Nobel perché il padre voleva che diventasse medico. E con gli occhi lucidi ammette che forse non è troppo tardi per ritornare all’università.

Il nome non è solo un nome. È un destino. E mia figlia glielo dispiega davanti, con un tocco del magico dito.

Alcuni si perdono nel rievocare, come l’anziana guida alpina che rivela di aver ricevuto in realtà il nome di Adolfo e da adulto se lo cambiò in Rodolfo.

Altri rivelano imbarazzo per un nome troppo buffo, troppo raro. “Mirta, perché proprio Mirta?” scuote la testa una signora elegante, che ancora non ha fatto pace con i genitori per quel lascito.

Emergono drammi, questioni irrisolte.

Io sono quella che raccoglie la storia. Sono scambi veloci, con persone che non rivedrò mai più, ma ne esco più ricca e più piena, ogni volta.

Il bottino io e mia figlia ce lo portiamo a casa in due.


Illustrazione di Sophie Blackall

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