Quanto mi siete mancati

Questa è la mia personale settimana di Pasqua. Mercoledì, mano nella mano con Dorothea, ho distillato pura gioia a ogni passo su quella strada già calpestata centinaia di volte, di solito in modo quasi automatico, a volte mezzo assonnata, infreddolita o già accaldata, a volte imbronciata, oppure canterellante e sorridente. Chissà di che umore ero, quel 17 febbraio, quando mai e poi mai avrei pensato che il nostro andari-vieni si sarebbe concluso lì, per sette interminabili mesi.

Il 23 settembre 2020, varcare la soglia della portineria, incontrare il sorriso e i grandi occhi neri di Eleonora è stato come tornare a casa. E nel vedere Dorothea che saliva su per le scale con la sua insegnante, verso la sua aula, trepidante all’idea di ritrovare i compagni, ho sentito come se un peso mi venisse sollevato dal cuore e, perché no, anche dalle spalle.

Purtroppo Francesca, l’insegnante di sostegno, è andata in pensione. Non sappiamo ancora chi e quando arriverà, ma Eleonora mi ha assicurato che Dorothea nel frattempo avrà sempre o lei o l’altra insegnante di classe ad alternarsi all’educatrice. Io mi fido di loro e so che anche se la scuola italiana lascia a desiderare, possiamo ancora appoggiarci a chi esercita questa professione con amore e dedizione.

Sono tornata a casa e mi sono stupita di poter sfiorare la “normalità”. Ho acceso la radio e, mentre aspettavo che il mac si avviasse, sono andata a caricare la lavatrice. Proprio lì, china davanti all’oblò, sono stata colta da una fitta. Non era un vero e proprio dolore fisico, anche se avevo la sensazione che lo stomaco si fosse accartocciato contro il cuore, come per l’effetto di un vuoto pneumatico improvviso, facendo uscire una voce: com’è che tutto questo ci è stato tolto, da un momento all’altro? La scuola, il sostegno, le terapie? Come siamo riusciti ad affrontare questi sette mesi in cui non potevamo fare leva su nient’altro che la nostra riserva di energia? Quella riserva che è ormai terminata? E se tutto si fermasse nuovamente, tra quindici giorni, tra un mese? Come posso farcela, ora che non mi è rimasto più niente?

In qualche modo sono riuscita a riempire la lavatrice e ho tappato quel buco che mi faceva da specchio, poi mi sono messa a scrivere e, indovina, le quattro magiche ore di lezione erano quasi finite. Dovevo andare a prenderla a scuola.

C’era il sole e faceva quasi caldo, mi confondevo nel via-vai dei genitori, sentendomi come un’ape ai primi giorni di aprile.

Sono scivolata nel cortile, temevo di essere in ritardo e non sono scesa dalla bici, così la custode è venuta a riprendermi, e io le ho sorriso, come se mi avesse detto quanto era felice di rivedermi, e se non ci fosse stato di mezzo il covid l’avrei anche abbracciata e baciata. Tutto era rimasto come me lo ricordavo: il pavimento di terra battuta, i platani, le panchine, la siepe di glicine sotto cui Dorothea ha fatto la foto alla fine della terza e parte integrante di quello scenario, sparsi qua e là c’erano i nonni e i genitori che conosco di persona, quelli che conosco di vista, quelli che se avessi tempo ci farei quattro chiacchiere, quelli che non mi ispirano per niente, quelli che ho invitato alle feste di Dorothea ai tempi dell’asilo. Dio mio, quanto mi è mancato tutto questo! Al di sopra del mio scudo di garza bianco, vedo e abbraccio ogni cosa e ognuno. Ehi, non lo sapete, ma vi cingo teneramente. Sono un’edera, anzi no, un glicine, di quelli ramificati come l’esemplare qui alle mie spalle. Anzi, no, sono un platano, un platano centenario la cui linfa con il disgelo è tornata a fluire. La mia primavera è in questo autunno carico di incertezze, ma che trattiene scampoli di azzurro e calore.

Scendono gli alunni della nostra classe, ed è allora che mi rincarno nella madre.

Mi piace osservate come Maria Concetta, l’insegnante, si guardi attorno, vigile: prima di lasciare andare un bambino controlla che ci sia un genitore o un parente. Fisso questa immagine come un quadro senza tempo e mi rendo conto che la verità e la bellezza che esprime di solito non vengono colte perché avvengono quotidianamente. Io invece le sto ammirando da un punto di vista particolare, quello della prolungata assenza e quindi della preziosità, quello della insicurezza e quindi della speranza.

Ed ecco che arriva la mia ragazzina dinoccolata, di lontano ci siano già scambiate uno sguardo, siamo già impazienti di ricongiungerci. Eleonora e Maria Concetta vengono a dirmi che è andata bene, e io non avevo mica dubbi, ma bevo queste parole come si sorbisce un dolce liquore a fine pasto.

Prima di andare a casa siamo passate a salutare la maestra Francesca, che abita lì vicino. Che primo giorno sarebbe senza di lei? E anche se adesso è in pensione, fa ormai parte della nostra famiglia.



Illustrazione di Fatinha Ramos

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