Arrivano gli alleati

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Ho fatto di questo blog uno spazio in cui esprimo pensieri ad alta voce. Un punto di condivisione con chi è disposto ad ascoltare. I temi che propongo sono legati all’attualità che vivo in prima persona, come credo facciano tutti i blogger, e toccano argomenti che spesso hanno assai poco di attraente, ma che cerco e ho cercato di trattare con leggerezza. Non ho l’ambizione di raggiungere tanti lettori, quanto piuttosto il desiderio di raccontare cose che altrimenti rimarrebbero nel riserbo della mia anima, ignote in quanto ignorate, e non perché pensi che siano chissà che storie, piuttosto è un po’ come dare dignità a ciò che incontro ogni giorno, da quando sono diventata madre di Dorothea. Aggiungere un pezzetto, ammettendo: “avviene anche questo”. A dir la verità, gli ultimi due post che ho scritto non erano poi così leggeri, soprattutto quello intitolato, guarda a caso, “Odio l’estate”. All’origine di questa riflessione-sfogo c’erano fatica e amarezza. Proprio un paio di giorni dopo che ho scritto quella pagina ha fatto clamore la notizia di una famiglia che si era rivolta a una struttura residenziale chiedendo se potessero seguire il figlio autistico, perché loro non erano più in grado di farlo. E in vari interventi che leggevo sul giornale e sui social ritrovavo la base delle mie osservazioni: quando la scuola finisce i genitori rimangono soli. Tre mesi su dodici sono davvero tanti, un quarto di anno. Il sistema sanitario, da parte sua, a malapena predispone un monte di ore annuo per la riabilitazione su base mensile, non può sopperire a interventi extra.

Però per fortuna esistono persone meravigliose, che con la loro sensibilità, intelligenza, apertura, scavalcano i limiti di questo nostro Stato che sta andando alla deriva. Persone che non vogliono niente indietro, e si sentono ripagate già solo da un sorriso o dal piacere di aver dato un contributo.

Le prime a farsi avanti sono state le maestre di Dorothea, Eleonora e Francesca. Loro in realtà si erano già offerte prima della fine dell’anno scolastico, ero io piuttosto a non voler “approfittare”. Mi sembrava davvero troppo, dopo tutto quello che avevano fatto. Ma quando Eleonora mi ha scritto riproponendosi non me la sono sentita di dire di no. Più che altro proprio per Dorothea. E così l’ultima settimana di luglio è stata illuminata da queste due donne, che insegnanti lo sono nel cuore. Un giorno hanno organizzato un’uscita in gelateria, dove Dorothea ha incontrato altre compagne di scuola, una mattina l’hanno portata in piscina. In altre occasioni l’hanno presa con sé dandomi la possibilità di chiudere un lavoro, di fare una spesa. Per me la preziosità di quelle ore non era una somma di minuti da impiegare in qualcosa, piuttosto una presenza e un sostegno. Per Dorothea, poi, era stare con altre persone cui vuole bene e da cui è ricambiata.

Ad aiutarci è stata anche Luisella, la nostra fisioterapista di fiducia, sin da quando Dorothea aveva pochi mesi. Le avevo detto di avere cercato una guida di arrampicata in Val D’Ayas, dove avremmo trascorso un breve soggiorno, ma purtroppo i prezzi erano proibitivi e le condizioni poco favorevoli. Lì non esiste nulla come Sportabili di Predazzo. Luisella s’è presa a cuore questa cosa e tramite un’amica di Gressoney ha attivato una rete che ci ha portato a Rudy, guida alpina di giovane età, ma di grande intelligenza, il nostro “nuovo tesoro”. Lui lavora a campZero, un Resort a cinque stelle, e accompagna persone facoltose nelle loro avventure estive. Quando siamo andati a conoscerlo, in quell’ albergo di lusso nuovo di zecca, ero un po’ “disorientata” e un po’ anche prevenuta. Dorothea forse sentiva questo mio nervosismo, e manifestava il disagio dichiarandosi insofferente alla presenza di alcuni bambini. Ci siamo sedute davanti all’ingresso dell’albergo, in attesa che Rudy arrivasse e io mi dicevo: “Questo non è il nostro posto. Non può essere che gente dedita a chi ha tanti soldi si prenda la briga di seguire una bambina con gravi problemi, che non è nemmeno ospite dell’albergo”. E invece mi sbagliavo. Alla prima sessione, scopro che Rudy ha davvero riservato tutta la palestra per noi, perché Dorothea non sia infastidita da altri bambini, e ha ingaggiato tre colleghi, perché l’aiutino nell’assistenza. Marco, un insegnante di arrampicata di lunga esperienza, segue mia figlia passo a passo, guidandola nell’appoggio dei piedi, indicandole le prese e sale con lei, assicurato da Lorenzo, un’altra guida. Rudy a sua volta assicura Dorothea sollecitandola verso l’alto, ma stando attento a cogliere quando è lei a spingersi in su. Il Direttore del Resort osserva al di là dal vetro della palestra di arrampicata, annuisce, soddisfatto, convinto dell’ottimo valore terapeutico di quella pratica e invitandoci a ritornare. E così siamo ritornate altre due volte.

Quanto ci sarà costato tutto questo? Del compenso stabilito all’inizio, nemmeno alto di per sé, non abbiamo versato che una minima cifra, nonostante insistessi per riconoscere a quei professionisti il tempo e il lavoro impiegato. “I soldi qui li facciamo in un altro modo – mi ha risposto Rudy, con garbata fermezza – la ricompensa più bella è il sorriso di Dorothea”.

Una cosa mi diventa sempre più chiara, in questo cammino al fianco di mia figlia: ci sarà da faticare, ma aprendosi agli altri, con dignità e franchezza, si possono trovare i giusti alleati. E magari l’aiuto non arriverà da misure o istituzioni che sarebbero preposte in tal senso, ma questa “non-giustizia” può essere compensata da un altro tipo di intervento e comprensione, quello individuale. Auguro a mia figlia che il suo sorriso rimanga sempre bello come il sabato di quella prima arrampicata a campZero. Uno specchio di felicità e soddisfazione, in barba alle difficoltà, ai problemi e alle mancanze.

 

4 Comments

      1. immagino… che meraviglia, quei posti riempiono gli occhi e il cuore. ci sono stata anni fa e spero di ritornare con mia figlia per farli scoprire anche a lei. buon fine settimana!

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