Odio l’estate

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Succede, no? Che in questi giorni ti senti o incontri qualcuno, che poi, quando è il momento di congedarsi, ti saluta con un: “Buone vacanze”. E già, perché siamo a metà luglio, ed è sillogistico che metà luglio sia tregua, sospensione, rilassamento. Prendere fiato, tirare i remi in barca. Stare all’aria aperta, leggere un libro, girare per città d’arte, bere un calice di bianco osservando il tramonto, visitare la sagra di questo o quel prodotto tipico.

Buone vacanze. Me lo dicono anche gli operatori sociali, i terapisti, che ben conoscono la nostra situazione e sanno che per quelli come noi estate non è uguale a sospensione. Però, mica me la posso prendere per questo. È un augurio stagionale.

O forse intendono qualche altro significato. Vacante significa qualcosa o qualcuno che non c’è. La vacanza ne è il risultato. In questo caso non sono io a non essere presente a casa, o sul luogo di lavoro (che poi per me è sempre casa mia), non è quindi da ritenersi in senso soggettivo, quanto oggettivo. Qualcosa che viene a mancare.

A me, ad esempio, manca la scuola di mia figlia.

Inizia giugno e già mi sento orfana.

Dello spazio ampio del vestibolo, del sorriso rassicurante delle insegnanti e delle educatrici. Di quei corridoi coperti di cartelloni e disegni. Delle presenze che accudiscono mica solo Dorothea, ma anche me.

Sì, le insegnanti sono meravigliose e mi dicono: “in questi mesi se ha bisogno ci faccia sapere. Possiamo aiutarla con Dorothea”. Ma va bene una o due volte, per un’emergenza. Come è capitato il giorno in cui sono andata a divorziare. Non avevo nessuno cui dare Dorothea, così ho chiesto all’insegnante di sostegno, e lei è stata felicissima di essermi d’aiuto. Quel giorno lo ricorderò come bello e luminoso, non tanto perché ho posto fine a una vicenda imbarazzante, ma perché l’ospitalità di quella signora che accoglieva mia figlia nel suo soggiorno, illuminato dalla luce di un mattino di metà giugno, mi ha fatto percepire che lo slancio di un abbraccio disinteressato scalzava la crosta di un affetto di convenienza.

Dunque, dov’ero rimasta? Ah, sì: la vacanza della scuola. Il baratro che si apre, dall’8 giugno al 12 settembre.

Ci sono i campus, in alternativa, fai l’iscrizione a metà aprile e sei certo che tuo figlio avrà un parcheggio sorvegliato. Un gruppo di giovani pieni di buone intenzioni, assoldati e sottopagati da una cooperativa si prenderà cura di intrattenere i ragazzini nei locali scolastici: le aule accaldate, spoglie, il cortile assolato. Calcio, palla avvelenata. Il pranzo, la merenda. E un’altra giornata trascorre.

Il primo anno ci ho provato, con Dorothea. Avevamo garantito la continuità dell’educatrice che si era presa cura di lei durante l’anno. È finita che trascorreva il suo tempo su una panchina dietro la scuola, perché non sopportava la concitazione degli altri nel cortile. Stava lì a piangere.

L’anno successivo ho cercato altre strade, ma non c’è molta offerta, per i ragazzini “speciali”, soprattutto se vuoi un educatore pagato dal comune, il nostro grande problema, in realtà, sta nella confusione e nel frastuono dettati dalla grande presenza di ragazzini che possono finalmente correre, saltare e urlare.

Terzo anno: ho fatto un passo indietro, mi sono rivolta direttamente alle cooperative per disabili, per quanto mi dispiacesse relegare Dorothea in ambito “disabilità” e non per una questione di inquadramento, è che per lei, la presenza di bambini “normo-tipici”rappresenta uno stimolo. Ahimè, le cooperative sono blindatissime, o tuo figlio partecipa già alle attività della cooperativa durante l’anno o sei fuori.

Alla fine ho escogitato una via di mezzo: tramite un’amica che si era resa disponibile ho iscritto Dorothea a un paio di campus: non più di tre ore alla mattina, nel verde e a contatto con gli animali. Lei, chiaramente, è un po’ intimorita dalla concitazione dei suoi coetanei e ha bisogno di momenti in cui rifugiarsi in uno spazio suo, ma tutto sommato, rimane anche un po’ con gli altri e in un bel contesto. Il resto del tempo lo trascorre a casa. Nel pomeriggio sto dietro lei, e alterno il gioco ai lavori che scrivo per i suoi coetanei “normali”, che sono in grado di leggere, disegnare e appiccicare figurine in un riquadro.

Sono arrivata a detestarli, questi bambini normali.

Lo so, non è bello da sentire, e non sono affatto orgogliosa di ammetterlo, ma questa idiosincrasia fuoriesce spontanea, come il lattice che stilla dall’albero di caucciù. È il siero che gronda da una ferita che non si rimargina, e si squarcia, per l’ennesima volta, quando rincorri tua figlia urlante, lungo il bagnasciuga, e sai che il motivo di quella fuga è solo perché una colonia estiva ha appena fatto il suo ingresso massiccio nelle acque del mare. In quattro e quattr’otto raccogli le cose nella borsa e la porti a casa e mentre cerchi di interrompere il suo mantra: “I bambini urlano, i bambini urlano”. Pensi che sia un’ingiustizia, che lei adesso sia lì, tappata nella stanza da letto, con le finestre e le imposte chiuse, mentre gli altri stanno giocando sereni in quello stesso angolo di mare dove fino a poco prima credevi di aver trovato il paradiso. Un’ingiustizia in che senso? Un’ingiustizia, e basta. Chiaro che questi bambini non sono colpevoli, vivono la loro vita. Il fatto è che sembra non ci possa essere altro spazio per i diversi, come Dorothea, se non ai margini dello spazio e ai ritagli di tempo.

Noi andiamo in spiaggia dalle 8 alle 9 e dalle 18 alle 19. Che poi sono le ore più belle, dicono. Anche io lo pensavo, una volta. Adesso assomigliano agli orari di una libertà vigilata.

Oggi è il 20 agosto, più o meno siamo alla metà. È passato questo mese e mezzo, passerà anche il prossimo. Ieri la vista delle cartelle scolastiche nella cartoleria di quartiere, che una volta mi provocava tristezza, mi ha messo di buon umore, come un messaggio celeste che dice: “prima o poi finirà anche questa estate”.

Non mi interessa che le giornate diventino più corte, che si vada verso il periodo freddo (anche se ormai è sempre meno così). Che finisca il periodo dei concerti all’aperto (e chi ci va più?). Delle sagre di paese, delle serate che culminano con i fuochi di artificio.

Anelo agli orari fissi, alle terapie in questo e quel giorno, alla sicurezza di sapere che c’è qualcuno deputato a condividere.

Forse sono diventata autistica anche io.


 

“Bambino di spalle”, di Rosario Distefano

 

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