Seminare gentilezza

sakura

L’altro giorno ho letto sul giornale la recensione di un libro in cui si parla del valore della gentilezza: essere gentili con il prossimo può generare un “effetto domino”. Anche se a me la metafora del domino non piace molto, con tutti questi pezzi che vengono giù, che cadono, come un abbattersi a vicenda. Preferisco l’immagine dei petali di ciliegio che si spandono in un cielo di primavera.

L’idea di base comunque è questa: se sono gentile con il mio prossimo, è probabile che costui lo sarà a sua volta e così via. Niente di più facile, o forse no, o almeno non sempre. Non ho ancora letto il libro, ma ho cominciato a chiedermi che cosa sia, per me, la gentilezza.

Essere gentili presuppone l’ascolto e l’intelligenza. Non è solo nel saluto con sorriso che mi viene spontaneo quando non ho troppi problemi per la testa. Si tratta piuttosto di una pratica, di una ricerca di equilibrio e sintonia, ma questo richiede la giusta calibrazione e tempo, un po’ come si faceva con le vecchie radio, che stavi lì a girare la rotella e a direzionare l’antenna e se passava qualcuno davanti interferiva con il segnale e rischiavi di perdere il contatto.

La gentilezza non è remissiva, ma ferma, consapevole di sé.

Mi ha colpito il video di quel giovane ragazzo che, con il suo accento da borgata, spiegava, pacato, la sua prospettiva di “comprensione” a un muso torvo, finché il muso torvo  non sapeva più a che scuse appellarsi: stava vacillando (e lo si vedeva chiaramente), ma non poteva ammetterlo. Le ragioni del ragazzino sembravano prevalere su di lui, piegarlo. Chissà che quel discorso della borgata non l’abbia, se non convertito, portato almeno a riflettere.

La gentilezza va modulata e diffusa. Un vaffanculo è molto meno impegnativo da far volare nell’aere, così come un “me ne frego”. Non per niente chi molla “me ne frego” a destra a manca si dice (con termini gentili) che è gretto o grezzo. Non solo nel senso di non raffinato, ma anche di impuro.

La gentilezza è incontro e modulazione con l’altro da sé. In questo senso il laboratorio di gentilezza che ho più vicino è la mia amica giapponese, Miyuki, che riesce a creare armonia persino nel casino del nostro condominio. Prende tempo per parlare, per informarsi, per ascoltare. Nel giro di questi anni è riuscita a mettere d’accordo persone con le visioni più diverse. Lei ascolta le ragioni di tutti e media. E la sua mediazione avvicina le persone, le rende più disposte a comunicare tra di loro e a dialogare. Nessuno le ha chiesto di farlo, ma lei è buddista e crede nell’importanza di seminare gentilezza. Non lo fa per sé, lo fa per tutti. La gentilezza ha anche questo risvolto: è altruista. Non si restringe nel piccolo campo individuale.

Forse il motivo per cui è più difficile incontrare la gentilezza è che manca l’ascolto. Così come manca il tempo, mancano i soldi, manca l’acqua, ché ormai non piove più. Quello che non manca mai sono le scuse.

La gentilezza va anche oltre queste scuse, non si ferma alla superficie. La gentilezza è profondità, non si ferma, un cuore che non smette mai di battere.

 

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