We are family

 

mom

Secondo alcuni impegnati a Verona in un simposio internazionale, l’armonia del mio focolare domestico, composta da madre e figlia, non sarebbe una vera famiglia perché mancherebbe la figura maschile a formare il trio perfetto. Dorothea e io saremmo un semplice “binomio”. Per avere una vera famiglia dovrei quindi affannarmi a trovare il terzo elemento, il pezzo mancante, magari con un annuncio sul giornale. Solo in questo modo sarei  “in regola” come gli extracomunitari con il permesso di soggiorno.

Adesso non sono ancora in infrazione, però forse è solo questione tempo, e tra qualche mese potrei ricevere una raccomandata che mi impone una multa, per un reato tra i più gravi: contravvenire alla identità di “madre vera”.

Tutto ciò mi ricorda la trama del film “The lobster”, di Yorgos Lanthimos in cui in una ipotetica società del futuro essere single è un reato punito in un modo singolare: la trasformazione in un altro animale, a scelta. Per evitare la metamorfosi indotta bisogna accoppiarsi per forza, trovando qualcosa in comune con qualcuno dell’altro sesso, non importa di che cosa si tratti, né tantomeno che si tratti di una bugia. Nessuna di queste coppie create a forza è felice, ma tutti hanno una paura matta di essere smascherati e sono pronti a dare addosso a chi sgarra, con la ferocia di chi teme di fare la stessa fine.

A mia discolpa cercherei di spiegare a quei signori che si sono trovati a Verona che anche io ho sempre creduto nella famiglia in cui ogni figlio ha mamma e papà, ma crederci non mi ha permesso di tenerla in piedi. La vita ci sorprende con la sua originalità, non possiamo costringerla a forza in una formula. Il rischio è la sclerosi.

Tornando al mio caso personale, cinque anni fa sono rimasta da sola con Dorothea. Da allora ho realizzato molte cose che non mi sarei mai immaginata: ad esempio che si può stare bene anche senza un compagno. È molto più faticoso da un punto di vista pratico, ma una volta che mi sono organizzata ho imparato a farcela. Non solo, nel momento in cui la mia famiglia si riduceva a due al tempo stesso si allargava, aprendosi agli amici e ad affetti al di fuori del vincolo parentale.

A quei signori che si sono trovati a Verona vorrei chiedere: con quale diritto vi permettete di negare che l’equilibrio che mi sono conquistata con grande sacrificio non sia degno di essere chiamato famiglia?

Ma, soprattutto, che cosa vi mette tanta paura?

 

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