Bravi, bravissimi

bravissimi

Avete presente quei giochi del “batti le mani” che fanno le bambine, da tempi immemori? Giochi di ritmo, di destrezza e di canti, una sfida per l’attenzione e la velocità. Dorothea, in barba alle diagnosi e alle definizioni, ai timori e ai pronostici, adesso si cimenta anche con questi.

Eccola lì, circondata da altre della sua età, a pigiare i palmi su quelli di Claudia, Margherita, Sara e Noemi, a turno. Sì, ci mette il suo particolare stile e più che battere diciamo che “pressa”: prende lo slancio e la mira, poi parte, atterrando. Il tutto con un piglio cadenzato, e piuttosto lento. Lei comunque non demorde e procede nel giro. Le sue amiche e compagne di scuola la sostengono con il sorriso e con lo sguardo, concentrate tanto quanto lei. Prestano le loro mani-calamita per attrarre le sue, in modo che nessun colpo cada nel vuoto.

Dorothea arriva in fondo ed esultano tutte, le amiche e compagne per prime, e poi lei, che si ridesta dalla concentrazione, realizza ciò che ha fatto e, raggiante, anche se ancora un po’ incredula, ma compiaciuta, applaude, o, piuttosto, il suo palmo destro bacia quello sinistro. Il clima è quello della festa, lei è invasa dalla gioia più pura di avercela fatta, e di essere al centro, avvolta in un abbraccio. Trascina le altre nel suo trionfo, vincono tutte loro, assieme. Altro che le Winx.

La cosa più bella di tutto è che l’indubbia efficacia psicomotoria del gioco, sia preceduta da un presupposto, il più naturale possibile: è un gioco! Dorothea che è ancora una bambina, sta giocando. Qui, per una volta tanto, la terapia non ha la precedenza, c’è il vivere, e lo stare con gli altri.

Sono grata a queste bambine e a tutti gli altri che si avvicendano nel fare compagnia a mia figlia, e agli insegnanti che stanno dietro le quinte e che della cosiddetta “inclusione” hanno fatto un vero e proprio credo. Con le lacrime agli occhi sorrido alle madri delle compagne, è il mio modo più “primitivo”, sincero e profondo, di ringraziarle. Sono loro che hanno creato i presupposti perché i loro figli fossero felici di condividere una gioia del genere, piccola e immensa allo stesso tempo.

Le madri partecipano alla mia stessa emozione, ammirate da quello cui abbiamo appena assistito. E poi, una di loro dice qualcosa che ho sempre sentito, dentro di me, cioè che anche Dorothea ha gran parte di merito in tutto questo. È lei che fa da guida in questa scoperta all’attenzione e alla sensibilità.

Ne sono più che certa: se ciascuno di noi, sin da piccolo, venisse a contatto con persone “speciali” nella loro fragilità, avremmo una società di gran lunga migliore. I pregiudizi, la paura e la diffidenza nascono da una mancata esperienza.

Ogni giorno, tra le mura di questa scuola, avvengono delle meraviglie. Sono miracoli silenziosi, che non abbagliano, ma depositano un seme di luce dentro ciascuno di questi adulti di domani, che avranno una marcia in più. I nostri alleati.


 

Foto di Paul Trevor, Concord Close, Everton, 1975

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