Venti minuti

 

venti minuti

Venti minuti di sole al giorno. Per la vitamina D, mi spiega, e sorride con i piccoli occhi che scompaiono in una fessura, nel viso tondo e minuto, da ragazzino timido e gentile. E dentro di lui, oltre al ragazzino, c’è il padre e il nonno, la guida, lo scalatore e l’albergatore e tanta storia, tutta quella che un secolo appena riesce a contenere. Il secolo delle due guerre, dei territori contesi tra Austria e Italia. Dice che non si ricorda i nomi, che ha confusione nella testa, ma, al contrario, ha una memoria adamantina, solo un po’ offuscata. Il tempo lascia sì la polvere, ma quella ci soffi sopra e viene via. Basta uno spunto e da lì riemerge una sequenza di fatti e aneddoti che non ti stancheresti mai di ascoltare. Intere esistenze ti appaiono davanti agli occhi e scorrono, come pellicole d’epoca, dapprima sbrecciate e in bianconero poi sempre più nitide fino a tingersi di colori. Tonalità appena accennate: seppia, azzurro, rosa antico, che danno l’idea e la suggestione e vanno oltre. L’ immaginazione fa il resto e infonde sangue e calore.

Ho conosciuto il signor Ezio perché dovevo scrivere dell’albergo che aveva gestito. L’albergo di famiglia, fondato nell’Ottocento, uno dei più antichi della Val di Fiemme, che si chiamava “Zum Schwarzen Adler”, l’”Aquila Nera” e che sarebbe stato poi re-intitolato “Rio Bianco”, in onore del torrente che gli scorre vicino.

A inizio anno mi aveva accolto nel suo soggiorno, nel tardo pomeriggio dell’Epifania, e nonostante qualche tempo prima un malore importante lo avesse messo a dura prova. Nell’estate precedente aveva perso l’indipendenza del camminare, lui che era sempre andato per montagne.

Mi avevano presentato a lui come una amica della figlia e lui si era aperto raccontandomi dei primi tempi, subito dopo la guerra, in cui per risistemare l’albergo aveva dovuto prendere in affitto i materassi. E poi c’era stata la Festa di San Valentino, il patrono, e il furto subito di un primo incasso importante che comunque non gli aveva tolto il desiderio di riuscire nell’intento di lanciare la sua attività. A infondergli forza c’era il sodalizio con la moglie, sempre al suo fianco, fino alla morte. Era di lingua tedesca, avvenente e appassionata di montagna, lo aveva sposato anche se era italiano, per lui aveva messo fine ad amicizie importanti. Rivalità, avventure, dicerie, storie famigliari, in meno di due ore quell’omino con le gambe avvolte da una coperta mi aveva affidato un tesoro di memoria che avevo accolto frastornata, sia per l’onore, sia per il viaggio in cui mi ero lasciata andare, attraverso le tante vite custodite in nomi che udivo per la prima volta. Finita l’intervista gli avevo dato l’appuntamento a fine febbraio, quando avrei portato mia figlia in valle a sciare e lui, con gli occhi velati, scuotendo il capo, mi espresse il dubbio che sarebbe potuto arrivare fino a quella data. E invece di mesi ne sono trascorsi ben di più, ed ecco che lo ritrovo nel suo soggiorno, abbronzato, intento a bere il caffè. Questa volta è loquace, mi spiega che fa esercizio, riesce anche a spostarsi da solo, ha persino recuperato forza nelle braccia perché “si allena” come può. A sostenere la sua vivacità di mente è il corpo e dentro a questo c’è anche una fiamma vivace, purissima, più forte degli anni e della consunzione che si ritiene inevitabile a novantasette anni. Non è così, a novantasette anni il sangue può tornare a irrorare i muscoli che si fanno ancora più forti, in barba a chi pensa che la vecchiaia sia un processo incontrastato e inarrestabile.

Davanti a lui c’è un libro aperto, gli chiedo che cosa stia leggendo. È un resoconto su una popolazione della Siberia, mi spiega, con naturalezza. La televisione non la guarda, la tiene solo per il telegiornale. Di notte, quando non riesce a dormire, mette le cuffie e ascolta la musica classica. E poi prende il sole, per la vitamina D. Bastano venti minuti al giorno.

Questa volta sono io a confidarmi, gli parlo di mia figlia e del mistero che l’avvolge. Gli chiedo di quella acqua ferrosa la cui fonte è vicino alla sua proprietà, ho letto che fa molto bene, sarebbe persino miracolosa. Lui scrolla il capo, lo sguardo assorto, capisco che sta consultando il suo archivio interno, poi mi dice che la sorgente è quasi esausta, ma non è detto: qualcosa dovrebbe esserci ancora. Mi promette che s’informerà, poi sorride: “Torna a settembre”, dice.

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