Meno smart, più smart

smart

Sono al volante e attendo che l’ennesima persona, telefono in mano a venti centimetri dal naso, finisca la passerella meditabonda sulle strisce bianche. Dietro di lei, senza nemmeno guardare che cosa stia avvenendo per la strada, si accoda una seconda e poi una terza persona. Anche loro leggono o scrivono sullo smartphone. Il telefono intelligente che rende ottusi ci porta nella direzione opposta a quella in cui dovremmo andare. Altroché il qui e ora, piuttosto l’altrove, il non ancora o il non mai. È un cosiddetto strumento di comunicazione, ma è piuttosto un vettore di solipsismo. Antitesi dell’ascolto perché continuamente devia la nostra attenzione, con tutti i rischi che questo comporta, soprattutto se in tangenziale chi ti guida davanti deve a tutti i costi digitare una risposta di vitale importanza.

Che cosa avremmo da dire al mondo, di continuo? Cose che devono assolutamente essere trasmesse nel momento preciso in cui le concepiamo, spesso senza aver riflettutto e ponderato prima di cominciare a pigiare le lettere affidando a un correttore automatico tutte le gaffe che nemmeno i nostri lapsus potrebbero tirare fuori? Dopo tutto è anche una questione etica, ogni frase che affidiamo all’etere richiede uno spazio in qualche coscenza ricevente e non tanto in termini di kbyte. Assumiamoci la responsabilità di quello che scriviamo prima di schiacciare l’invio. Prima di cliccare sulla visualizazione di un video virale che ci faccia sorridere o commuovere, prima di rigirarlo a nostra volta perché tanto non costa niente. Non dico niente di nuovo, lo so, ma sento il bisogno di dirlo lo stesso. e l’altra cosa che mi viene da dire è: “SVEGLIA!”

Ogni volta che passiamo il dito sullo schermo lasciamo un’impronta ad appannare la nostra consapevolezza. Lo schermo si accende, noi ci spegniamo. Prendiamoci tempo per guardare dal finestrino, per osservare chi ci siede di fianco, per osservare le nuvole nel cielo, per ascoltare di che umore siamo, guardiamo in faccia chi ci viene incontro, osserviamoci allo specchio cercando di accettarci per quello che siamo, anziché puntarci l’autoscatto contro per condannarci alla rappresentanza di quello che non siamo. Non riduciamo le nostre emozioni all’iconografia dell’emoticon. Sappiamo esprimere assai di più. Tutto quello che lo smartphone ci può offrire non è nulla in confronto a quello che ci portiamo dentro. La patina del perfetto e dell’ideale, dell’ironia a tutti i costi, della posa e dell’immagine è un grande sgarro che facciamo prima di tutto a noi stessi.

Volete davvero uno smartphone d’eccezione? Il sesto senso, quando esercitato, attraversa dimensioni che un gioello marcato Apple non possiederà mai. E vogliamo parlare dell’intuito, e dell’intesa di sguardo? Abbiamo a disposizione la migliore tecnologia mai messa a punto, il nostro corpo e la nostra mente, e quasi sempre ci scordiamo di metterli in carica!

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