Qualcosa su mio padre

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“Ho un compito per te. Lo vedi questo tubo? Bisogna riempirlo di sassi. Tutto-tutto!”. Nel mio ricordo lui è fuori campo. Percepisco la sua presenza, alla mia sinistra, il suo sorriso. Come di colui da cui vengono cose belle. Non ho forse nemmeno ancora il concetto di padre: lui è cura, amore, complicità, in un amalgama che non so ancora distinguere. Sento su di me il suo sguardo che passa attraverso le lenti ampie, a goccia, nella montatura dorata. Deve essere nella tenuta da lavoro che si metteva di ritorno dalla fabbrica per costruire la casa, quella in cui avrei passato tutta l’infanzia e l’adolescenza, e che rimane casa mia, nonostante siano più di vent’anni che non mi riparo sotto il suo tetto. Davanti a me c’è il tubo alto circa un metro che è stato appena conficcato nel terreno all’esterno, contro un muro portante. E c’è la mia mano che si allunga fino all’imboccatura per farci scivolare dentro, a uno a uno, piccoli sassi presi dalla ghiaia del cortile: quelli lisci e opachi, grigio scuro, e quelli ruvidi, tutti sfaccettati, luminosi, scintillanti. Non so (non gliel’ho mai chiesto, del resto che senso avrebbe) a che cosa servissero quei sassi lì dentro. Forse era solo di un modo per tenermi occupata o perché anche io potessi dare il mio contributo a quello che lui stava edificando. Certo quel compito mi fece sentire importante. E la nostra intesa da allora si è costruita così: un sassolino sopra l’altro.

Il tubo poi venne chiuso con un disco di ferro saldato lungo tutto il bordo e i sassi rimasero al suo interno finché ci servimmo del cancelletto dell’orto, di cui era il perno. Il tutto sarebbe poi stato smantellato per far spazio al portico, ma allora ero a Pietroburgo per scrivere la tesi di laurea.

Mio padre ha perso suo padre che era ancora un bambino. Non so se sia per questo che ha sempre avuto in grande considerazione il fatto del tramandare, e di trasmettere un insegnamento, e quello di riconoscere un ruolo speciale a certe figure di uomini che idealmente gli trasmettevano messaggi e valori, padri “spirituali” che poi a poco a poco sono venuti a mancare a loro volta. Nei suoi ricordi questi personaggi sono circonfusi da un’aura sacrale, come si addice appunto a un padre che ormai ti osserva dai cieli. Alcuni di questi li ho anche conosciuti, come Pino il muratore che era tornato a piedi dalla Russia e che lo aveva aiutato a costruire la casa. Molti altri invece no, ma è come se fosse avvenuto per le tante volte ho sentito narrare le loro gesta, tipo quelle del contadino che era morto a quasi cent’anni solo perché era caduto dall’albero raccogliendo le ciliegie. Il padre “autentico” di mio padre si chiamava Pietro, altrimenti noto come il “Paròn Piero”, perché aveva terre e bestie, (cavalli soprattutto, di cui era appassionato) prima che l’alluvione del Polesine cambiasse le sorti della famiglia. Però questa cosa del Paròn un po’ è rimasta a mio padre, come “aristocrazia”, in senso morale, di dignità. E per questo sin da bambino è stato attento ad avere sempre i capelli in ordine e le scarpe lucide. Non ha mai sopportato di vedermi uscire di casa “spettinata”, il termine che aveva per le mie acconciature stravaganti, o con le scarpe impolverate.

Tornando ai padri “spirituali” lui ama citare quello che gli disse “Il Vecchio”, l’ultimo in ordine cronologico. Che al Vecchio mio padre voleva bene l’ho scoperto solo dopo che è morto, in realtà avevo ben presente solo gli attriti tra i due, ma anche queste sono cose frequenti tra padre e figlio. Dunque Il Vecchio disse a mio padre che dopo i sessant’anni si ha il dovere di dire la propria opinione. E mio padre, che ormai di anni ne ha settantatré, la sua opinione la dice eccome, dopo aver premesso che la licenza l’ha ricevuta dal Vecchio. Però in realtà la diceva anche prima, non ricordo che sia mai stato zitto.

Mio padre ha lavorato vent’anni alla Michelin di Spinetta Marengo, ha fatto anche il sindacalista e anche i picchetti davanti alla Fiat. Tra fine anni settanta e inizio anni ottanta ricordo certe mattine bigie in cui lui si alzava presto e in cucina, mentre mia madre gli preparava una borsa con panino e un fiaschetto di vino, e c’era aria tesa. Rientrava tardi e aveva il mal di testa e preferiva non parlare, si metteva davanti alla televisione a guardare il TgSport e anche noi respiravamo la nebbia e l’umido di Torino.

Ogni pomeriggio, quando tornava dalla fabbrica, si metteva in garage dalle sei all’ora di cena, che coincideva con l’inizio del telegiornale. Il garage, dove da piccolissima giravo in bicicletta, lo aveva trasformato nella sua officina, e si metteva dietro a pompe e altri motori bruciati che gli portavano da riparare. Io mi sistemavo al suo fianco, contro il bancone da lavoro che lui stesso aveva costruito e che mandava odore di grasso e di olio combusto. Gli davo una mano contando i fili di rame delle spire e i miei racconti della giornata, con le prime amarezze e disillusioni che stavo incontrando, si mescolavano agli interventi parlamentari trasmessi da Radio Radicale. Lui ascoltava, e mi dava la sua visione, distillata da una saggezza che a discapito della giovane età era densa, profonda e matura. Anche lui però si confidava con me, mi esponeva le sue opinioni su questa o quella vicenda famigliari, sulle complessità di cui doveva tenere conto in merito a una scelta che non poteva rimandare e poi, come accorgendosi che avevo solo nove anni, s’interrompeva dicendo “ma non ti dovrei parlare di queste cose”. E invece a me piaceva entrare nel vivo delle sue questioni, un po’ perché mi faceva sentire grande, un po’ perché volevo condividere quel carico con lui: volevo che mi considerasse la sua alleata.

Un giorno tornò dal lavoro con un cagnolino tutto nero, l’ultimo rimasto di una cucciolata di meticci che era finita nel fondo di un fiume, con una pietra al collo. Lui era sceso dall’auto senza pensarci più di tanto e al tipo che tava per gettare  il cucciolo in acqua aveva detto: “Lo prendo io”. Bobi (che io però avrei voluto chiamare Massimo) è stato il nostro unico cane. I primi giorni della sua permanenza con noi li ha trascorse acciambellato nel cestino della mia bicicletta, poi ebbe una cuccia di legno, costruita da mio padre, la classica cuccia da Snoopy in cui non ci fu mai verso di farlo entrare. La cuccia divenne un nascondiglio per mio fratello finché fu abbastanza piccolo da starci dentro.

Non era ancora l’epoca dei discount in cui trovavi le cose made in China e a poco prezzo. E per tutto quello di cui avevamo bisogno o di cui ci veniva fantasia c’era mio padre a trovare la soluzione: semplicemente lo fabbricava, con legno e ferro.

Con dei tubi e la saldatrice mise in piedi un dondolo che era anche un po’ un’altalena, però non dovevi spingerti proprio tanto tanto perché, diversamente dall’altalena del parco giochi, non era ancorato al suolo e oscillava, alzandosi, di modo tale che avevi l’impressione di essere sul punto di ribaltarti. Era grande e con il sedile a tre posti. Gli altri bambini facevano la fila per salirci sopra.

Nell’estate del grande duello tra Borg e McEnroe trovò anche modo di allestire un campo da tennis in cortile. E con una grossa tavola di truciolato che avevo recuperato in una cascina ci costruì un tavolo da ping-pong. Peccato solo il  giorno dopo era inutilizzabile perché la tavola si era imbarcata agli angoli. L’ingegno di mio padre equivaleva (ed equivale) a quella di mia madre, che ci aggiustava e fabbricava indumenti di solito alla sera, subito dopo aver rigovernato la cucina, mettendosi alla macchina da cucire (mia madre merita un capitolo a parte e se do precedenza a mio padre è solo perché mi è più facile e immediato scrivere di lui).

Mio padre è stato lui a spiegarmi le cose di matematica che non riuscivo a capire, tipo le equivalenze. Si sedeva al tavolo con me e anche se certe cose era da tempo che non le masticava, ci dava dentro finché capiva (o si ricordava) e allora poi mi spiegava quello che aveva inteso e state pur certi che quella cosa non me la sarei dimenticata, mai più. A proposito di mio padre che dava ripetizioni: in seconda media, quando studiavo l’Urss, mi spiegò anche la differenza tra socialismo e comunismo e per la prima volta lo sentii parlare di meritocrazia. Pensai: “bella questa cosa che tutti possono avere tutto, in base a quello che si meritano”. Il giorno dopo andai volontaria all’interrogazione di geografia e provai a convertire ideologicamente la prof di lettere.

Mio padre ha fatto il militare, non solo: gli era piaciuto fare il militare. In sala, nell’ultimo cassetto in fondo, mi imbattevo in certe fotografie in bianco e nero di lui ragazzo, con la tuta mimetica. La leva lo aveva portato fuori dal paese, lo aveva fatto viaggiare, gli aveva fatto incontrare degli amici. E grazie alla leva aveva imparato tante cose, e tra queste c’era la guida del carrarmato. Non che lo esaltasse il carrarmato in sé, quanto la specialità della cosa. Perché lui ha l’interesse. Non si ferma a come una cosa o un evento appare, lui vuole andare dietro e capire cosa c’è dietro, come funziona. Di un’antica cattedrale non si sofferma tanto ad ammirare la pala d’altare, perché di arte non ne sa molto, (anche se gli piaceva starmi ad ascoltare quando gli parlavo di Piero della Francesca). Piuttosto si sofferma sui cardini del portale d’ingresso e commenta: “Pensa che lavoro! Ma come avranno fatto!” Da ragazza storcevo il naso di fronte a queste uscite, adesso mi scopro più orientata a questo atteggiamento meno accademico e più esperienziale.

Mio padre legge La Stampa da trentacinque anni, ogni giorno. Prima leggeva altri quotidiani, tra cui, immancabilmente, TuttoSport. Della Stampa non può fare a meno, anche se a volte ha solo tempo di leggere i titoli grandi e qualche editoriale. Il giornale è uno dei pochi piaceri che si concede. In estate, sulla sdraio sotto l’ombrellone, o la domenica, sul divano. E quando regna la pace, si cimenta anche con il cruciverba. 11 orizzontale: il padre di Enea, sette lettere. 15 verticale: il Pietro della Clemenza di Tito, dieci lettere. Ebbene, lo finisce quasi sempre tutto. E senza andare su Google, perché lui Internet sul telefono non ce l’ha.

Mio padre è anche il nostro Forrest Gump di famiglia, nel senso che ha delle uscite così candide da risultare illuminanti. Una volta venne a prendere Dorotea all’asilo nido e incrociando un signore brizzolato buttò lì, prim’ancora che il gomito di mia madre arrivasse al suo fianco: “Ma vedi, un altro nonno!”. Questa cosa che adesso si diventi padre dopo i quaranta non riesce a inquadrarla ancora bene.

In altre circostanze è giudicante di proposito, del resto ha la licenza del Vecchio. Tra le cose che non sopporta, ad esempio, c’è la totale incapacità della CGL di capire l’evoluzione del mondo del lavoro. Bisogna dire che negli ultimi vent’ anni, dopo essere andato in pensione, è diventato imprenditore e quindi ha un altro punto di vista, ma qualcosa mi dice che sarebbe andato ugualmente controcorrente rispetto alla linea del suo sindacato. E comunque, in vent’anni sono cambiate davvero tante cose e i cambiamenti avvengono in modo tale che non riesci mica a starci dietro:  lui che a metà anni 90 aveva ritenuto doveroso dotare casa nostra di un computer e di un modem 56k ha appeso al chiodo la volontà di seguire la tecnologia. Lo affascina sempre, ma si evolve troppo velocemente. E come tutti quelli che sanno mantenersi sobri, sa riconoscere bene le dipendenze. Whazzap, Facebook, tutta roba inutile. Vuoi informarti? Leggi il giornale! Vuoi sentire i tuoi amici? Incontrali. Non ha bisogno del social network, essendo in grado di fungere a sua volta da “connettitore”. Seduto nello scompartimento di un treno in capo a dieci minuti farà da moderatore in una conversazione tra le persone più disparate, conversazione generata da lui stesso, notare bene. Su un crocevia di montagna troverà modo di fare una battuta con chiunque passa da lì. È più forte di lui.

È anche convinto che per comunicare con chi non parli l’italiano basti alzare il tono di voce e scandire bene le parole. Non so come, riesce a farsi capire. Forse devo a lui il fatto di avere voluto conoscere il mondo, di aver studiato una lingua che a nessuno, all’epoca, gliene poteva fregare di meno, la lingua di quelli che adesso gareggiano per mantenere la rivalità con gli USA e che ho smesso di parlare, perché a me questi nuovi russi non piacciono, preferivo quelli con la giacca dal tessuto sdrucito che ti citavano Puskin a memoria. Anche io forse sono già stata sopravanzata dalla contemporaneità, ma mi va bene così. Mi fisso su particolari rimasti dal passato che non interessano a nessuno e mi chiedo: ma come avranno fatto?

4 Comments

  1. E’ sempre bellissimo leggerti, non smettere mai di scrivere! Se continuerai a scrivere così bene di cose sincere e belle come hai fatto fino ad ora sarà un regalo grande, per tutti coloro che ti leggeranno. Grazie!

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