Segnali di vita

murano

 

 

 

 

 

 

 

Ci alzammo alle cinque di mattina. La sera prima avevo puntato la sveglia, ma mia madre anticipò il trillo, venne leggera e accucciandosi accanto al cuscino sussurrò: “Robi, è ora”.

Le tapparelle non le alzammo nemmeno, per non fare rumore, dalle fessure si intravvedeva il bianco del giorno e anche quello faceva parte dell’eccitazione: ci aspettava, là fuori, con l’acerbo zuccherino che prometteva grandi cose a venire. Andammo a piedi verso la piazza nel paese ancora addormentato. Parlavamo a bassa voce, come complici di un’impresa già leggendaria, con i nostri passi che affondavano nell’aria nuova. Io era la prima volta che portavo il pranzo in una sacca tutta per me. Ed ero anche fiera dei miei vestiti: una maglietta mezza manica e pantaloni lunghi a righe con il risvolto: li avevamo comprati apposta per l’occasione. Ai piedi portavo le ballerine del giorno della cresima. Passammo davanti alla panchina, quella di fronte al negozio del macellaio, costeggiammo il parco giochi, ed ecco la piazza con la piccola folla nel silenzio della domenica mattina che inghiottiva tutti i suoni e le voci. Davanti all’autobus c’erano le famiglie, quelle che ruotavano attorno alla società di mutuo soccorso e in cui pulsava la nostra comunità, con il panettiere, il benzinaio, il giornalaio. Per quel giorno il paese avrebbe fatto a meno di loro. Conoscevo tutti, tranne una ragazza, la cugina di una mia compagna di scuola, che portava i capelli come Sophie Marceau e che incarnava tutte quelle cose indefinite prossime a venire ma non ancora a portata di mano.

Mi sedetti vicino al finestrino, a fianco di mio padre. Pregustavo il piacere delle ore in autostrada che percorrevo una volta all’anno per andare al mare o in montagna.

Davanti a miei occhi scorrevano Fiat 127, 128, Cinquecento, Alfetta, e qualche orribile Printz (la Fiat 1 sarebbe comparsa solo qualche mese più tardi) e poi il guardrail contro filari di granturco raso terra e spighe non ancora bionde, asfalto abbacinato e linee bianche come il nastro continuo dell’unica musicassetta che per tre ore all’andata e tre ore al ritorno accompagnò il nostro viaggio, interrotta solo per brevi momenti da chi tentava di mettere su un coro con i successi di Celentano e Morandi.

Da un lato della cassetta Battiato che cantava “Segnali di vita nel cortili e nelle case all’imbrunire”. Dall’altro Cocciante, meno poetico e roco: “Passeggiando in bicicletta accanto a te”. Battiato aveva un ritmo suo, “Centro di gravità permanente” mi faceva sobbalzare sul sedile di finta pelle e come regalo di promozione all’esame di quinta avrei chiesto proprio quella cassetta, la “Voce del Padrone”, da ascoltare con l’orecchio appoggiato sul registratore perché le cuffie erano cose da grandi, e adesso non è che potevo avere tutto, e poi costavano troppo.

Arrivammo al Tronchetto. Venezia era la prima volta che me la trovavo davanti e la meraviglia che provai davanti alle case di vetro e pinnacoli sospese sull’acqua era pura, non diversa a quella di trovarsi dentro una favola. Io alle favole ci credevo ancora eccome, ero in un’epoca della vita in cui l’infanzia ti richiama a sé, con lo slancio di una madre riluttante al distacco. Prendemmo un vaporetto per andare a piazza San Marco e c’era così tanta ressa che tutto il contenuto della mia sacca finì schiacciato, compresa una banana che ci avevo messo come un trofeo e che così pigiata mandava un odore misto tra il Big Babol e la cacca di neonato. Era diventata tutta nera, immangiabile, e la buttai con raccapriccio e sollievo, ma la sacca continuò a mandare odore finché mia madre alla sera non la buttò in lavatrice. Mio padre, su consiglio dei colleghi di fabbrica, aveva fatto una cartina con un programma delle cose da vedere e non ricordo se poi vedemmo proprio tutto, ma bastò a farmi scoprire una fame mai provata prima: fame di cose nuove, e di bellezza. Ci fu il passaggio sul ponte di Rialto e anche noi finimmo in uno di quei negozi che esponevano maschere e tante cose fragili e inutili, toccò a me l’onore di selezionare delle cartoline e ne scelsi alcune rotonde, perché di fatte così non ne avevo mai viste prima. Cartoline che non giunsero mai a chi le spedimmo perché (così mi spiegò mio zio che faceva il postino) per quel formato ci voleva un francobollo di valore maggiore. Nel negozio di Rialto ebbi anche il permesso di prendere qualcosa di ricordo, e la mia scelta andò a un ciondolo di vetro di Murano, a forma di cuore, con il bordo frastagliato di tante sfaccettature come quelle di un diamante. I miei genitori dissero che era proprio bello ed ero contenta che loro fossero contenti. Ma in realtà ero contenta di tutto. Di più, ero felice.

E questo nonostante il caldo, e la ressa e il male ai piedi. Non c’era posto dove sedersi, e scartocciammo il pranzo appoggiati al muretto di un giardino, su di un’isola dove tra tanti giri eravamo capitati. Più che gitanti, con le nostre borse a tracolla, sembravano degli sfollati.

Molti anni più tardi sarei tornata diverse volte a Venezia. Viaggi per lavoro, in cui dormivo in alberghi eleganti e mangiavo nei ristoranti sul Canal Grande. Ma niente avrebbe eguagliato quei panini (di cosa erano imbottiti? Salame? Mortadella?) mangiati con la punta del sedere su dieci centimetri di spessore a sentire le battute del panettiere, baffuto come Tom Selleck, e che io trovavo spassosissimo. A dire il vero nella nostra compagnia mi sembravano tutti così simpatici, alcuni addirittura irresistibili. Il mondo era così come appariva, senza risvolti e senza ombre, come noi illuminati dalla luce di quel mezzodì nella laguna, vestiti di colori chiari o non così chiari veramente, forse solo sbiaditi nelle foto. Perché certo che ci facemmo le foto e tra queste ce n’è una di gruppo, proprio lì accanto al muretto. Chissà come mai chi si propose di immortalare il momento ci fece ammassare tutti su un lato lasciando un grosso spazio vuoto sull’altro. Io non so se di foto così se ne fanno ancora, con l’ingenuità dello scatto imperfetto, allora bisognava aspettare qualche giorno per vedere il risultato e quello che veniva te lo dovevi tenere. Ma quello scatto per me è davvero bello, lucido e veritiero: io sono lì di lato, vicino a mio fratello, davanti ai nostri genitori, tengo un occhio chiuso e ho il cappellino di sghimbescio e la bocca storta e i piedi girati sul lato esterno, cotti dentro le ballerine.

È uno dei piccoli segni tangibili di quel lontano 6 giugno.

Segnali di vita.

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