Fuori dai binari

tonjabanner

Il buio incombe: ombra, fine del giorno, sette di sera, luce spenta. È il non-si-vede-niente. È il tradimento dell’interruttore quando fa clic e non ce n’è più per nessuno. Con tutti quei suoni che vengono a galla non si sa da dove. Forse da sotto il letto, da dove sbucano i mostri, anzi, “i mostrini”. Lei li chiama così, certo nel tentativo di addomesticarli. Il buio è infingardo e trasforma un innocuo cigolio nella risata della strega. Nemmeno nell’abbraccio con l’orso rosa, quello grande e più soffice, ci si sente al sicuro. Il buio è uno spettro che incombe in piena luce. Che cosa ne sappiamo di quando potrebbe coglierci all’improvviso?

Per affrontarlo avevamo bisogno di una forza alleata. Qualcosa che zittisse i ghigni, e rintuzzasse le punte dei cappelli neri. Dispettosi, insolenti, ve la facciamo vedere noi.

L’alleata è apparsa da sé, mi ha fatto “psss psss” in mezzo a una strada, in pieno giorno, mentre trasportavo patate e spinaci nella sacca da salmeria. “Psss psss, sono qui” e brillava rossa sul banco di un venditore egiziano. Otto euro, ricaricabile a corrente. Lampadine led. Leggera, perfetta per essere impugnata da una mano grande la metà della mia. Vieni, le ho detto, vieni che andiamo in montagna.

A Dorothea, che al rientro da scuola era troppo eccitata per la partenza, l’ho mostrata solo quand’era il momento di farla entrare in azione. Non c’era bisogno che facessi le presentazioni. La torcia non era ancora saltata fuori dalla scatola che lei ne aveva già intuito la funzione. Prima uscita ufficiale: autogrill. Baristi tra la macchina del caffè e il bancone, viaggiatori con la giacca da sci in fila alla cassa, voi, fate attenzione. E anche se non sono nemmeno le quattro di pomeriggio, e fuori c’è il sole, guardate lei, in cuffia e piumino, che porta avanti sé il suo scudo di led, acceso, imponente. Fatevi in là, che andiamo a incontrare il Drago Nero. Non è che siamo fuori a portare avanti questo fanale. Abbiamo solo una fifa matta.  E si faccia avanti chi non ha una paura da affrontare.

“Tranquilla tesoro, nel bagno c’è la luce” ha detto sorridendo la signora addetta alle pulizie. Borse sotto gli occhi, eyeliner nero e ricci di vinile, e un soave accento veronese. Dorothea non l’ascolta nemmeno, procede. Lei è la piccola donna che porta la fiamma. Guai a smorzare la sua Rossa, perché una cosa ha imparato a sue spese: le luci dei bagni sulla via per le Dolomiti si smorzano da sé quando cavolo vogliono loro. E non c’è verso di spiegarle che ciò accade in Trentino, che sono sensibili agli sprechi di corrente e per questo mi sono fermata all’ultimo avamposto in terra veneta.

Quattro anni fa Dorothea aveva già fatto del buio il suo spauracchio. E questo aveva aperto tutta una serie di indagini, considerazioni. Ne uscimmo, alla fine, non ricordo più come.

Ripartiamo, arriviamo a destinazione. La Rossa ci accompagna su per le scale verso il nostro appartamento, anche se c’è tanto di luci esterne e di luminarie natalizie, che qui rimangono per tutto l’inverno. Quel che a Milano ci parrebbe mesto e fuori luogo, qui  fa atmosfera. Nel mentre che preparo la cena Dorothea ci gioca, con la sua Rossa, e dà vita a una storia. Punta il fascio di luce ora su questo ora su quell’elemento della stanza: finestra, testiera del letto, appendiabiti. Accende, spegne, inquadra, allontana. Come un sapiente tecnico delle luci crea dialoghi, ritmando luce e ombra. S’inoltra nel bagno e anche se questo è un bagno privato e non soggetto all’arbitrarietà di un temporizzatore, lei tuttavia vi procede accompagnata dalla torcia. È ora di dormire, metto in ricarica la nostra alleata. “Accesa” ordina Dorothea. E nel bagliore che ne viene, e che eclissa quello più tenue della lampada da compagnia a forma di Mickey Mouse, trascorriamo la notte in una luminosità madreperlacea, da aurora boreale.

Il giorno successivo prendiamo la strada per i duemila, verso le piste di fondo. Inutile dire che la Rossa è nel mio zaino, per fortuna è leggera. Al Passo di Lavazè, Dorothea a inizio di quest’anno ha imparato a muoversi sugli sci. Un complesso esercizio di coordinamento psicomotorio che vale la pena ripetere, almeno finché si mantiene la neve, ma soprattutto perché lei si diverte. Nessuno ci avrebbe scommesso che la bambina aleatoria e distratta, e comunque costantemente in tenuta, bisognosa di conferme e sicurezze, avrebbe accettato anche solo di fissare le scarpe agli attacchi, figuriamoci di scivolare. E invece. A inizio gennaio è andata bene, avanzava strisciando, tenendosi alle bacchette di Edoardo, il nostro amico istruttore. Io rimango fuori da tutto. Non cedo nemmeno alla tentazione (anche se fortissima) di mettere un paio di sci ai piedi. Voglio osservare, filmare quello che fa lei. Loro vanno, scompaiono al mio sguardo, per un’ora buona. Ritornano con lei che coordina lo scivolare con il movimento delle braccia. Sì, usa anche le bacchette. Come è sicura. Cade una volta, ma non si abbandona a peso morto. Si tira su, riprende. L’ultimo tratto lo compie fuori dai binari. Riesce a tenere gli sci paralleli, di più li controlla e aumenta l’andatura e viene da me, trionfante. Nessuno ci avrebbe scommesso, nemmeno Edoardo, forse, che dopo un mese, alla terza volta che provava a sciare, avrebbe avuto tanta sicurezza e padronanza di sé nell’andare.

Per il resto del giorno la Rossa rimane nello zaino. Nessuno più richiede il suo intervento. Il dì successivo rimane persino a casa. Non so se Dorothea sia uscita dalla paura del buio, certo ha imboccato una strada nuova.

Quattro giorni più tardi al rientro facciamo sosta ancora a Verona, sull’altro lato rispetto dove ci eravamo fermate all’andata. Baristi e viaggiatori: attenzione, entriamo noi, andiamo dirette al bagno. Guardateci, non abbiamo bisogno di nulla. Fuori dai binari, per la nostra strada.

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