Molto di più

 

molto di piùSiamo in otto: un medico, quattro terapiste, due insegnanti. E poi ci sono io, la madre.

Siamo tutte donne.

Siamo sedute attorno alla scrivania di chi conduce il gruppo, e cioè il medico, o meglio: la neuropsichiatra infantile.

Sono le otto del mattino, è la fine di ottobre.

Siamo qui a parlare di mia figlia, che da un mese è in seconda primaria. Questo tipo di incontro è di routine, da quando lei ha iniziato la materna. Si fa due volte nel corso dell’anno scolastico: all’inizio, per concertare che strada intraprendere a scuola, quali i punti rafforzare, e alla fine, per fare un bilancio. Ogni volta, alla presenza di tante persone coinvolte, mi trovo a considerare quanta energia faccia mettere in moto questa bambina, e quanto impegno venga prodigato in suo sostegno.

In cinque anni sono cambiati gli interlocutori, sono cambiate le problematicità e gli obiettivi. Le uniche a permanere siamo io e la neuropsichiatra, con le rispettive visioni. Lei pondera, circostanzia. Io propongo, incalzo. Non dimentichiamoci che sono la madre.

Sono venuta in auto con le due insegnanti, quella prevalente e quella di sostegno. Una è giovane, ma piena di voglia di fare, caparbia e intelligente, l’altra ha grande esperienza e considera Dorotea come una nipote. Abbiamo approfittato di qualche minuto di anticipo per berci un caffè e fare qualche battuta su di lei, la piccola assente, che sta diventando sempre più perspicace, l’altro giorno ha squadrato l’abbigliamento di un’educatrice commentando “Sei venuta in pigiama?”.

Il punto di partenza della discussione di oggi è introdotto dalla neuropsichiatra: dobbiamo evitare che riaccada quanto avvenuto l’anno scorso, ché all’inizio Dorotea era partita molto bene, e tutti erano molto soddisfatti, e si pensava potesse fare grandi cose, ma poi a fine anno si è stancata, o meglio, esaurita e non c’era più verso di farle fare niente: non voleva saperne più della scuola, né dei compagni.

“Non dovete richiederle troppo”, dice il medico alle insegnanti, ma so che si sta rivolgendo anche a me.

Uno degli obiettivi di quest’anno, forse il principale, è di aiutare la bambina a esprimersi in modo più preciso e definito, cose come distinguere tra prima e terza persona, dice il medico, e usare le preposizioni giuste.

“Ma questo lo sa fare, – ribatte l’insegnante giovane – Io non so usare la terminologia medica, ma se Dorotea “è sul pezzo” la frase la dice nel modo corretto”.

“A questo punto mettiamo in discussione la necessità dell’intervento logopedico. La questione diventa più complessa.” Si stizzisce la neuropsichiatra.

“Io le dico quanto osservo. E ce l’ho davanti agli occhi più tempo di voi.”

Vorrebbero ribattere l’una all’altra, ma si trattengono.

Non capisco che cos’abbia da stizzirsi il medico, che cosa voglia dire “mettere in discussione la necessità dell’intervento logopedico”. La logopedia serve, forse però se c’è qualche altro aspetto da scandagliare perché prenderla sul personale? Perché piuttosto non prendere spunto da lì per un’ulteriore ricerca? Quello che sostiene l’insegnante è vero: Dorotea a volte parla correttamente. Le altre tacciono, forse per l’imbarazzo di un confronto così netto. Allora è il momento che la madre intervenga. Uso un’immagine, come spesso mi viene da fare: “è come se Dorotea, al momento di parlare, avesse una scatola di costruzioni davanti: parole Lego che deve incastrare. Le ha tutte, le parole, ma il più delle volte non sa come metterle assieme.”

La neuropsichiatra annuisce, si arrende, la questione è più complessa. Ma non è che si è convinta grazie alla mia metafora, o forse non solo grazie a quella.

C’è che la logopedia aiuta, ma non è la soluzione, no.

Si va a tentoni, in questo andare alla ricerca del perché. E noi non ci accontentiamo di quello che viene definito da una parte medica, ma, sia ben chiaro: non per sfiducia nella parte medica. La questione, con i bambini come Dorotea, è complessa. E di qualsiasi cosa ci vuol molto di più.

2 thoughts on “Molto di più

  1. sto leggendo “il bambino irraguingibile” di manuel sirianni, lui è autistico non verbale, cosa molto lontana da voi, ma il libro è scritto da lui a 14 anni, lo trovo bellissimo e molto interessante per capire anche gli atteggiamenti degli altri verso il diverso. E anche il suo rapporto con i genitori è incredibile. Se hai voglia leggilo.
    Andare alla ricerca è sempre positivo secondo me.

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