La figlia che non conosco

LUNAIl termine “miracolo” getta come una luce su qualsiasi cosa venga riferito. Una luce bianca, assoluta. Non esiste un piccolo miracolo o un grande miracolo. Quello che rappresenta è sempre totale, completo, infinito, a prescindere da tutto. A me piace credere ai miracoli. Mi lascio trasportare dalla suggestione di un passaggio dal nulla al tutto, dall’assenza alla pienezza. Quello cui ho assistito sabato non so se si possa definire così. Certo è stato folgorante, inaspettato e, per questo, sorprendente. Nessuno ha recuperato la vista, o l’uso delle gambe da un momento all’altro, o qualcosa di simile. Eppure ciò che mi ha attraversato, come un fulmine, dalla testa ai piedi, stampandomi un sorriso ebete in faccia, rendendomi capace di emettere solo un balbettio sconnesso, be’ penso sia la reazione che abbia chiunque assista a un tale evento.

Sabato mattina, mi alzo alle cinque. E sì che qualche ora di sonno in più me la sarei meritata. Preparo lo zaino, sistemo la bicicletta di Dorothea nel bagagliaio dell’auto. Preparo la colazione e vado a svegliare lei, la bella dormiente. Sa già che cosa l’aspetta e non devo fare fatica a convincerla dal letto: oggi si sale nel lecchese, ci aspetta Massimo a Ballabio. Partenza con un po’ di anticipo per evitare di incrociare il traffico dei pullman che vanno a Monza dal papa.

Non riesco ancora a capacitarmi di come, in quaranta minuti di strada da casa, ci troviamo già abbracciati dalle montagne. Dopo anni e anni di pellegrinaggio verso la Val D’Ayas il Resegone e le Grigne sono il dono che non ti aspetti. Percorriamo i tunnel verso la Valsassina incrociando solo una vecchia Panda 4X4 e un furgone di muratori diretto a chissà quale cantiere. L’arrivo nella piazza del paese è con mezz’ora di anticipo e Dorothea scende felice per una ricompensa fuori tabella: cappuccino e brioches nel bar che è il punto di incontro con la sua guida-allenatore. Un bar rude, di montagna, per rudi avventori e che sulla porta ha un cartello: “Chi è educato non bestemmia”. Ordino e cerco il bagno. Cartelli anche qui per coloro “che hanno in mano un idrante e per terra non c’è un incendio”. Sediamo accanto a un tavolo di allegri settantenni, con il bianchino già servito in calice. Dorothea affonda i denti nella brioches e le sue guance sono tutte coperte di zucchero a velo. Quando si alza sembra che invece di una bambina di otto anni a quel tavolo abbia trovato ristoro un gruppo di ultras. Chiedo una spugna alla signora dietro al banco e lei mi dice di andare che non c’è problema. Ha gli avambracci tatuati e il piercing al naso e così capisco che non c’è bisogno di dire altro. Siamo donne che hanno vissuto grandi cose, tra noi ci intendiamo. Dorothea è inquieta, non capisce dove sia Massimo. Massimo arriva e lei gli dà subito la mano e si fa portare fuori. Alla casa delle guide la falesia è ancora in ombra. Ne approfittiamo per far fare pratica a Dorothea con la bicicletta. Quando mi avevano parlato di Massimo e della sua associazione sportiva, i Supersportivi, la prima cosa cui avevo pensato, oltre alla arrampicata è stata appunto: “La faccio andare in bicicletta”. Dorothea è attratta dalla bici, ma non ha mai fatto niente per imparare ad andarci. Noi (in particolare mio padre ed io) chiaro che gliel’abbiamo proposta. E, a modo nostro, non essendo né fisioterapisti, né istruttori di educazione fisica, né allenatori, abbiamo cercato di aiutarla. Ma lei niente, rimane per lo più inerte. Non spinge i piedi sul pedale, se la si guida da dietro al momento necessario non gira il manubrio. E così alla fine ho abdicato: il “lavoro sporco” lo delego a un altro. Per più di un’ora Massimo le fa spingere la bici a mano, poi capovolge la bici e con le mani le fa nuovere i pedali. Poi la issa sulla bici e lei deve provare a frenare. “Non ha muscoli” mi dice “non ha muscoli nemmeno per frenare”. “E’ la sua patologia” spiego. “Sì, ma questo non giustifica niente” dice lui, brusco, e insiste a farla andare anche quando lei si è già stancata. Il sole si è alzato. È una splendida mattina d’inizio primavera. Davano pioggia e invece guarda un po’ che roba. Parcheggiamo la bici, come sosta tra un’attività e l’altra Massimo fa salire Dorothea verso la statua di una Madonnina, facendole fare un centinaio di gradini. Io vado dietro. Dorothea lo segue di buon grado, prova a ribellarsi solo quando la scaletta finisce e bisogna procedere su per un sentierino nella boscaglia. Giunti alla meta lui ci scatta una foto: io e lei in un abbraccio che sorridiamo, un po’ tirate, con dietro il pizzo dei Tre Signori e la Madonnina che però guarda da tutta un’altra parte.

“Siete venute bene – commenta – adesso te la mando”. E per un attimo depone il suo piglio militaresco. Ha dei modi decisi, un po’ troppo decisi per il mio modo di essere, ma adesso siamo nelle sue mani e mi voglio fidare, come stanno facendo tanti altri genitori che si sono rivolti a lui e hanno visto fare ai loro figli cose che sembravano proibitive, se non addirittura impossibili.

Alla falesia nel frattempo è già arrivata un po’ di gente. Ci sono anche dei padri con i figli. Come se l’arrampicata fosse solo una roba che sono gli uomini a trasmettere. Io una volta arrampicavo, ma ho smesso perché me la facevo sotto quando si trattava di salire da prima. In quattro e quattr’otto Dorothea ha indosso l’imbragatura. Massimo l’assicura e poi le spiega che deve salire. La cosa mi sembra azzardata ma non commento. Lui mi fa precedere di qualche metro in posizione di sicurezza e la sprona “Vai su, verso la mamma”. Lei si rifiuta. La volta scorsa era lui a scortarla, mentre un altro signore, anche lui guida alpina, faceva la sicurezza in basso. Io aspettavo in cima. Adesso Dorothea non capisce perché tutta questa novità e dichiara: “Va prima la mamma”. Segue un testa-testa tra i due, per almeno quaranta minuti. È lei ad averla vinta: anche stavolta salgo su per la via di terzo-quarto grado fino alla catena, una volta arrivata getto la corda a Massimo, lui assicura Dorothea e di nuovo comincia lo scontro tra i due. Lui ripete che deve salire, lei controbatte che non vuole. Il sole è ormai alto, il campanile di Pasturo suona il mezzogiorno. Di fianco a me uno sfrigolio di foglie: è un grosso anfibio, sembra una salamandra, e mi perdo ad ammirare il suo verde vivissimo. Propongo timidamente:

“Forse è stanca… per oggi ha già fatto molto”.

“Non è ancora arrivato il momento di mollare” mi fredda lui e torna a insistere.

Lei urla: “No, ho paura!”

Lui: “Non c’è niente di cui avere paura! Sei legata alla corda, ci sono io!”

Ripenso alla pacatezza dei finanzieri cui l’affido quando andiamo in Val di Fiemme. Alla gentilezza con cui quegli uomini dai modi gentili le mostrano i fiorellini che fanno capolino in mezzo alla roccia. Penso che forse non è giusto intestardirsi a quel modo, che forse va bene già tutto quello che abbiamo fatto e che, ne sono certa mia figlia da quel giorno in poi prenderà a odiare l’arrampicata e sua madre che insiste per farla arrampicare. Dorothea, non arrampicherà mai. Il suo problema è l’attenzione che non riesce a prestare per più di qualche minuto, sono i suoi muscoli, che non sono nemmeno muscoli tanto sono sottili. Da quanto tempo sto insistendo affinché lei faccia quello che non le è congeniale? Perché continuo a sfidare quella che è la sua natura? Se non fossi assicurata a quel misero cordino sarei già scesa giù. Avanti finiamo questa sceneggiata, finiamo con tutto, andiamo a casa. E Dorothea? Dorothea ha cominciato a salire. Sale, sale per davvero. Le dita stringono la roccia a ogni fine corsa delle braccia. Viene su come se l’avesse sempre fatto. Un geco, sembra. Procede tenace e a ogni mossa ripete quello che Massimo le grida dal basso: “Decisa decisa, su!”. È velocissima, si mangia venti metri di salita sulla roccia. Allungo il braccio verso di lei. Lei impugna la mia mano, scatta su si sistema al riparo sotto la catena. La stringo, questa figlia nuova, questa figlia che non conosco: è un fascio di nervi. Massimo sale, trionfante: “Hai visto?” dice. La prende e la riporta giù. Una volta a terra, libera dall’imbragatura, lei saltella come il suo solito. Scendo a mia volta, le do una mela dallo zaino. Lei la divora stringendola tra le mani ancora impolverate. È solo terra, mi dico, e lascio che mangi.

4 thoughts on “La figlia che non conosco

  1. Sei stata brava a tacere e a fidarti dell’istruttore. A volte noi mamme siamo troppo coinvolte per vedere le potenzialità dei nostri figli. Temiamo che soffrano e cerchiamo di evitarlo, salvo poi restare davvero a bocca aperta nel vedere che sanno cavarsela benissimo da soli.

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