Lui corre da solo (ma ha tanti amici)

andrea-toniolo
foto di Marco Decarli

Gli opposti, messi vicino, creano un movimento, una corrente, fanno scorrere l’energia. Il contrasto, grande-piccolo, vicino-lontano, bianco-nero, riattiva la percezione e nella nostra mente apre il varco a una visione nuova, più limpida, fa scoccare una scintilla. Di qui la funzione e il valore del paradosso, che sta nel mostrare come ciò che viene comunemente dato per normale, in realtà così normale non è. Che ci sono altre vie percorribili, altri canoni contemplabili.

Alcune storie nascono con l’imprinting del paradosso. Metti un ragazzo che rimane immobilizzato a letto dopo essere stato investito da un’auto. Metti che questo ragazzo ancora prima di lasciare le stampelle decida di correre e fare migliaia e migliaia di chilometri. Questo è solo inizio. La fine ce la godiamo in una foto di lui coricato su un letto di scarpe, tutte quelle che ha consumato in questi anni, che sono poi relativamente pochi, considerando che il nostro eroe è classe 1989.

Ma anche se i chilometri che macina sono di tutto rispetto passano, come dire?, in secondo piano. Qua siamo a che fare con il sali-scendi, il salta-oltrepassa. Il ferma-riparti. Il guardare a una metà così lontana da sembrare impossibile e tuttavia perseverare, un passo dopo l’altro diventare tutt’uno con il suolo battuto, con il passaggio attraversato. Niente volate in rettilineo, sul tartan, e nemmeno sull’asfalto, (anche se in questa storia l’asfalto c’entra). Nel trail-running, la disciplina praticata da Budu, il ragazzo di cui sopra, a farla da protagonisti sono i sassi, le pozze, i corsi d’acqua, la polvere, la sabbia, la ghiaia, le buche. E il tempo. Non solo quello atmosferico, e certo non quello del cronometro che stabilisce i record, ma il succedersi delle ore, che avanzano in una corsa così lunga che potrebbe anche non finire mai. Qui non si corre per un risultato tangibile misurato (un altro paradosso,  almeno per la nostra civiltà). Qui si corre per se stessi. La fatica che alla fine non è più fatica perché si stempera nel respiro che diventa meditazione.

Budu ha scritto un libro in cui racconta la sua prima grande avventura e cioè la corsa fino a Capo Nord con partenza dal luogo in cui abita e che, a discapito del soprannome che gli è stato dato da bambino, e che evoca gli altipiani africani, non si trova in Kenya, ma in provincia di Padova e si chiama Galliera Veneta. E lui, al secolo, è Andrea, con quella bella “e” larga, aperta, che suona così bene da Brescia a Venezia.

Mentre se ne stava a casa, coricato e dolorante per via delle fratture, ha rivisitato quella che era stata la sua vita fino ad allora. Ne era veramente felice? È stato a quel punto che ha deciso di mettersi a correre, ed è partito non appena il corpo glielo ha permesso. La sua non era una fuga, ma l’inizio di una ricerca.

L’analogia con la corsa di Forrest Gump è inevitabile, ma Forrest la meta la decideva lì per lì. Lui invece ha studiato la cosa a tavolino. Un progetto serio, con dei criteri precisi, anche se aperto alle variabili. Dunque Budu-Andrea-Forrest ha caricato tenda e viveri su un carretto che si è progettato da sé, con due ruote da mountain-bike piazzate sotto una brandina, ed è partito. Detto così è un po’ semplicistico, perché c’è stata tutta una preparazione. Delle prove tecniche: caricava il carretto a poco a poco fino al peso che avrebbe avuto durante il viaggio. Girava per il suo paese trascinandosi dietro tutta quella roba tramite delle lunghe bretelle cucite da suo zio tappezziere lasciando che chi lo incontrava scuotesse anche la testa pensando in cuor suo che, con l’incidente, gli fosse andata via la ragione. Infine, in una giornata di inizio primavera la mamma e il papà e la fidanzata l’hanno accompagnato alla partenza. Non potevano mica far altro, lui aveva deciso. E così l’hanno lasciato andare con il carretto, la sua futura salvezza-compagnia battezzata Jenny-Anna #1 (e vediamo se capite il perché di questo nome).

Budu è salito attraverso l’Austria e la Germania, la Svezia, la Finlandia, la Norvegia. Sempre di corsa con indosso la felpa targata dal logo creato per l’impresa: un mulo con la barba e la scritta “Running alone”. La notte montava la tenda e si cucinava la sua cena vegetariana con il fornellino da campeggio. A volte trovava ospitalità presso qualcuno e lì caricava il cellulare e si faceva una doccia calda. Procedeva prediligendo le vie poco battute del traffico, anche se queste si rivelavano più ardue, come quando in Austria ha dovuto trascinare tutto il bagaglio su ruote lungo una salita innevata. Le uniche pause lunghe nel suo viaggio sono state per le rotture del carretto e una volta in cui le scarpe spedite per posta dall’Italia tardavano ad arrivare. Nella gente suscitava curiosità, ammirazione, e il desiderio di potergli essere di aiuto in qualche modo. Da qui l’origine di incontri che solo uno che si avvia a un percorso del genere può fare. Il suo viaggio presenta tutte le caratteristiche del percorso iniziatico come ne scrive Joseph Campbell, in cui per la via, proprio nel momento in cui sopraggiungono gli intoppi, ecco che appaiono gli alleati che ti aiutano a risolverli. Ma il più grande alleato Budu ce l’aveva (e ce l’ha) dentro, si è affidato alla sua stessa volontà, accettando tutto quello che gli arrivava. Ha attraversato la Lapponia in solitaria, senza incontrare nessuno per giorni e giorni, in bilico tra follia e illuminazione. La Natura, l’Into the Wild che s’era spazzata via altre imprese di giovani temerari, lo ha sostenuto nel ritmo di 50 chilometri al giorno. È arrivato a Capo Nord assai prima di quello che aveva previsto, arricchito di tanto e, soprattutto, di se stesso.

Mi sembra di vederlo, Andrea. Procede lungo una strada che attraversa sterminati campi di colza sotto il cielo blu del Nord, trascinandosi dietro quel carretto. Ma a correre è lui soltanto? Ho l’impressione che quella corsa non sia soltanto la sua. E deve aver provato qualcosa di simile chi gli ha dato una mano ad aggiustare una ruota del carretto, chi l’ha invitato a casa per una cena o una doccia calda.

Nelle foto e nei video in cui si è auto-ripreso lui ha sempre lo sguardo aperto, curioso, dietro le grandi lenti degli occhiali.

E a vederlo sorridere, c’è niente da fare, ti scappa il sorriso.

Il valore di certe storie è che ti fanno da specchio.

 


 

Nella foto in alto: Andrea Toniolo coricato sulle scarpe consumate in tre anni di allenamento.

Ah, il libro di Andrea, si intitola: “Il limite che non c’è” e lo potete recuperare qui, assieme al bel documentario che ha realizzato con Alberto Scapin:

http://www.sportecomunicazione.it/ordina-il-libro-di-andrea-toniolo-il-limite-che-non-ce-dallitalia-a-capo-nord-correndo-assieme-al-film-documentario-capo-nord-therunnerdoc/

Per sapere di più su Andrea vi consiglio di guardare questo suo public speaking:

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