Itt-Factor

ITTÈ nato tutto per caso. Un pomeriggio dopo la piscina le stavo asciugando i capelli. Il getto del phon gliene aveva sparpagliato una manciata davanti agli occhi, ricadevano sul naso, arrivando fin quasi al mento.

“Mi sembri il cugino Itt” mi è venuto spontaneo, come se la conoscenza della Famiglia Addams, quella della serie tv in bianco e nero, le fosse arrivata assieme al codice del DNA. Lei è partita in quarta, a saltellare, felice:

“Il cugino Itt!”.

E poi a casa, nel bel mezzo di un gioco con i suoi pupazzi, me ne mostra uno e dice: “Lui è il cugino Itt.”

E ogni volta che la pettino ridacchia: “Come il cugino Itt”.

Ma che ne sa lei, veramente? Come se lo immagina? Un bambino, come i suoi cugini? Un animale antropomorfo? È arrivato il momento di mostrarle di chi si sta parlando.

Vado su Youtube, trovo qualche spezzone da film e telefilm. Ce n’è uno dove il Nostro tiene un piccolo show per il parentame con qualche sinistro gioco di prestigio e una non meno sinistra storiella, narrata a squittii, blabla e bliblì. Che abbia a che vedere con il decollamento di Maria Antonietta lo capiamo solo grazie a Morticia che a un certo punto interviene come interprete per il marito. Dorothea ne è entusiasta. A me invece accade qualcosa di diverso. Ritrovo Lurch, lo zio Fester e tutta la compagnia, ma ho ormai perso per loro quel trasporto che, da bambina, me li aveva fatti trovare irresistibili. E in quanto all’omuncolo tutto barba e capelli, ecco mi coglie un sottile disagio, o, piuttosto, un’inquietudine.

Certo, nella sua stramberia è un tipo “giusto”. Fa ridere, è un seduttore, è dinamico e sportivo. E però che cosa c’è veramente sotto? Noi, che non siamo gli Addams, non solo non riusciamo a vederlo veramente, per via di tutto il pelo che lo ricopre, che lo rende ridicolo, se non addirittura, ecco, ripugnante, ma non riusciamo nemmeno a capirlo: lui parla una lingua incomprensibile.

Il disagio non sta nel fatto di aver paragonato mia figlia a un freak simile. Si tratta di altro: è il considerare che quando vengono meno i codici di comunicazione, di immagine e del linguaggio che fanno da tramite tra un individuo e il resto del mondo ci vuole poco a diventare “un fenomeno”. E, al di fuori della tua solita cerchia, capita che gli altri non ti colgano per chi veramente sei e per quel che vali. Ho ancora in mente l’immagine di Dorothea al parco, la scorsa Domenica. Lei, la mia musicista estemporanea, la mia esilarante battutista, sperduta in mezzo a un gruppo di bambine che la osservano cercando di capire che cosa c’è in lei che non va.

Eppure il “fattore Itt” ha la sua energia, la sua impronta. E infatti Gomez, che il suo consanguineo non lo capisce del tutto, dichiara, rapito:

“Il punto non è quello che dice, ma come lo dice!”.

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