L’uomo che non parla

clochardÈ salito sul tram e s’è seduto davanti a noi. L’ho preso per un turista nordico, di quelli che in questo periodo dell’anno vanno disinvolti, con un piccolo zaino. Poi però m’è arrivato l’odore dell’alcol. Non ricordo il come e il perché lui s’è girato e ha sorriso a Dorothea. “Come si chiama?” ha domandato lei. Lui ha fatto segno di no sulla bocca e poi sul palmo della mano ha tracciato lettere invisibili, una dopo l’altra: “R-U-S-S-I-A”. Gli ho detto “Ja gavarjù parusski”, parlo russo. Lui ha indicato le orecchie e anche lì ha fatto segno di no e poi s’è indicato la testa e anche lì ha fatto segno di no e s’è messo a ridere stringendosi nelle spalle come a dire che non se ne faceva un cruccio. Ha posato lo sguardo su Dorothea, ha indicato il cielo con un dito e ha mimato con le mani un movimento leggero e poi qualcosa che sfuggiva e non si poteva acchiappare. Sordomuto, e perspicace. E con una gran voglia di comunicare. Con gesti delle mani e roteare degli occhi mi ha fatto capire che viaggiava senza biglietto e se lo beccavano lo portavano dalla polizia, ma tanto se la sarebbe cavata. A quel punto ho realizzato: era lo spilungone che ogni tanto trovo fermo al semaforo dopo il cavalcavia. Che non si sa come mai chiede i soldi solo a qualcuno. Un’auto sì, cinque no. E ogni volta abbasso lo sguardo se il rosso mi blocca, ma tanto lui non si fa mai avanti, e così ho concluso che per qualche sua decisione personale non gli vada di chiedere soldi alle donne.

Apre lo zaino, che è vuoto, tranne per un involtino di fogli chiuso in una busta di plastica. Me ne porge uno tutto spiegazzato, una dichiarazione dei Carabinieri: “Il cittadino della Federazione Russa, Vladimir M., nato nel 1978, sordomuto…”. Non capisco il burocratese del foglio. Ma a lui interessa farmi vedere il nome di un frate che gli ha fatto da garante. Poi mi passa un altro documento: “Se il cittadino Vladimir M., nato nel 1978 in Russia verrà nuovamente…” altro burocratese. Di nuovo punta il dito sulla fine dello scritto: “Multa di 30.000 euro”. E prima di mimare una risata, indica se stesso come a dirmi: “Ma ti sembra che possa pagare una cifra simile?”

Mi racconta che non ruba mica, chiede l’elemosina. E se qualcuno gliene dà, è ok, altrimenti va bene lo stesso e da sotto i baffi rossicci e spioventi affiora il sorriso annerito. Io cerco della moneta in tasca, ma ho pochi spicci e mi sembrerebbe di offenderlo, lui fa segno che non è il caso e poi si apre la giacca e fa tintinnare una tasca della camicia zeppa di questua: “Stai tranquilla, la prossima volta”.

Scendiamo alla stessa fermata, il suo posto di lavoro serale è cento metri più in là. Prende una mano di Dorothea e la guida fino alle porte tra gli scrolloni sulle rotaie. L’altra mano gliela sto tenendo io e lei procede gongolante, nel mezzo. Qualsiasi storia abbia alle sue spalle Vladimir, adesso non conta.

La prossima volta al semaforo non guarderò in basso.

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