Le nostre vite degli altri

vite“Ha visto?” mi dice. Elena è tutta occhi e le lenti filtrano il suo sguardo vivo, perspicace, in cui però adesso vibra una contrazione che mai prima d’ora ho notato in lei. E contratti sono i muscoli del viso minuto e affilato. Mi alzo, lascio il giornale aperto sul tavolino basso, a lato del sedile, con un titolo a doppia pagina per l’allarme bomba in uno stadio tedesco.

Lei ha ancora indosso il cappotto di lana grigio, in mano le chiavi per aprire la stanza dove lavora. Alza il mento puntandolo in direzione dell’atrio.

Cartelloni. Caratteri scritti a mano, con vernice rossa, su fogli di carta da pacco. Di sicuro si riferisce a quelli, del resto è impossibile non notarli. Sono una presenza immancabile, qui. In quattro anni che vengo, una volta a settimana, ci ho fatto un po’ l’abitudine. Di solito mi fermo agli incipit: “Se pensate di piegarci…”, “Non staremo a guardare…” “Assemblea generale…” Rivendicazioni, lotte. Me li scrollo di dosso, quei proclami, avendo già abbastanza di tutti i miei grattacapi, e tolgo a Dorothea la giacchina in attesa dell’arrivo della neuropsichiatra o del terapista di turno.

Il primo cui mia figlia è stata affidata era un uomo della mia età che noi chiamavamo e chiamiamo tuttora, semplicemente, Alessandro, un po’ per comodità, un po’ per omettere il “Dottor”, che avrebbe appesantito tutta la faccenda e infine, dopo diversi mesi d’incontri, per familiarità. A lui, del “Dottor” non interessava, voleva che Dorothea si rafforzasse e cominciasse a stare dritta e a camminare. Il suo non era solo un intervento di fisioterapia, era affetto infuso nel contatto delle mani, con cui imprimeva sul piccolo dorso quella pressione sicura e tuttavia leggera che serviva a riplasmarlo.

Dopo Alessandro è subentrata una psicomotricista, Elena, una ragazza determinata, che metteva alle strette Dorothea e ci ha dato dentro finché la piccola non ha imparato a togliersi le scarpe da sé, e poi, quando purtroppo è dovuta andare via, è stata la volta di Francesca: energia pura, entusiasmo adamantino, nonostante i cinquanta chilometri in auto ogni mattina per raggiungere il luogo di lavoro. E Silvia, la logopedista con la stanza piena di foto di montagne, seria al punto da apparire severa, che gioiva quando alla piccola si riduceva la scialorrea. Infine Elena, un’altra Elena, questa tutta occhi che mi sta di fronte. La terapista di Comunicazione Aumentativa, la donna con i cartellini colorati: “SI”, “NO”, “Ancora”, “Basta” e l’armamentario di simboli PCS, grazie ai quali Dorothea ha cominciato a comunicare e poco dopo a parlare davvero. Elena, l’immagine e l’astrazione e il raggiungimento del concetto: la rivoluzione copernicana in un anno e mezzo. Alla fine della scorsa estate mi ha dichiarato che la bambina poteva ormai prescindere dai simboli e, seppur con mio dispiacere personale, ci siamo congedate.

Non a caso è lei, come una sorta di Rappresentante della Comunicazione Grafica, che richiama la mia attenzione verso i cartelli appesi vicino alla bacheca sindacale: stavolta sta capitando qualcosa di grosso.

Mi specifica che c’è in ballo una riduzione sensibile dello stipendio, a fronte di un aumento del numero di ore di lavoro. Forse anche il passaggio del contratto sotto una cooperativa. E mentre cerco di raccapezzarmi su come potrei essere in qualche modo d’aiuto, arriva Francesca, con Dorothea saltellante al seguito, la seduta è terminata, e anche Elena deve andare, c’è una bambina che l’attende.

Elena, Alessandro, Silvia, Francesca e tanti altri di cui non so il nome. Uomini e donne assiepati sulla bocca del corridoio che immette nelle stanze delle terapie. Maglietta bianca e pantaloni blu. Dorso appoggiato al muro, uno scambio di battute tra colleghi, finché all’ingresso non compare il bambino o la bambina che seguono, assieme ai nonni o a i genitori. Bambini con andatura claudicante, bambini in carrozzina. Bambini silenziosi, bambini che non si esprimono a parole. La maglia bianca va incontro a loro, con il sorriso e un saluto che danno avvio all’incontro e allo scambio umano che prosegue nei successivi quaranta minuti.

Chiudo il giornale. Minacce di terrorismo prendono tutta l’attenzione, mentre altri eventi, offensivi e sinistri, passano inosservati.

Che cosa può significare nelle vite di queste persone che accompagnano e rafforzano le vite di tante altre persone quello che adesso si sta prospettando? Anche questa non è, a suo modo, un’esplosione? Non fa rumore, non uccide, non lascia corpi straziati, ma comporta una disgregazione e un decadimento, a partire dallo stato d’animo e dalla qualità di vita dei diretti interessati, delle loro famiglie e dei loro assistiti. Anche nel non riconoscimento della fatica e del merito, che si trasforma, paradossalmente, in un’umiliazione degli stessi, la vita diventa più simile a una forma di sopravvivenza.

 

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