Full immersion

brightnonHo perso il conto di tutti i libri e libretti di Dorothea. La bibliotechina cresce veloce quanto lei e a poco a poco occupa tutto lo spazio dei ripiani più bassi della libreria (vedi post del 30 Ottobre). Eccezion fatta per i formati mignon che al momento stanno sulle mensole della cucinetta Ikea. Cose del tipo: “Le mie prime parole”, “I miei vestiti”, “Vado all’asilo”. Cartonati un po’ unti, se non a brandelli: pagine sfuse che non si possono più mettere insieme e non ho il coraggio di buttare, si disfano a seconda delle edizioni, del tempo da cui sono entrati in casa nostra, ma anche del loro minore o maggiore favore presso la giovane lettrice. Alcuni non hanno mai avuto grande successo, tipo quelli di una serie a pagina quadrata, minuscoli, non più di otto centimetri per lato, che hanno come protagonisti Remy ed Emile di Ratatouille. Facevano parte di un cofanetto studiato per i piccoli di madre lingua inglese. Finiscono sempre per terra. L’altro giorno ne ho raccattato uno che su ogni doppia presenta un disegno stilizzato e una parola: a sinistra una fetta di Emmenthal, a destra la scritta: “Cheese”. E così via: trancio di baquette – Bread, caraffa trasparente – Water. Non l’ho riposto, mi sono accucciata sul divano vicino alla mia bambina, facendo la gattona, ma con un bagliore luciferino negli occhi.

Le ho messo sotto il naso il tondo rosso fosforescente del pomodoro e ho pronunciato: “Tomato”. Mi ha guarda come dire: tutto bene? “È inglese, – spiego – questo è un libro con parole in un’altra lingua”. Inglese? Un’altra lingua? Un mio amico direbbe: “Stai pisciando fuori dal vaso”.

Sì, è azzardato, ma insisto: “Tomato”. La T appiccicaticcia, la A lunga, La O finale con lo strascico in U. Mica “tomeito”. Se inglese deve essere, che sia British.

Dorothea mi fissa la bocca, contrae i muscoli delle guance, tipo sottovuoto, accartoccia le labbra in un piccolo foro, prende fiato: “Tomatou” ripete. Esulto io, esulta lei. Diventa subito un gioco e andiamo avanti, scorrendo le pagine, in breve fa sue tutte le parole.

Da quel momento il solito soffiato “comesichiama” si è trasformato in: “comesidice”.

“Comesidice: sedia?”

“Comesidice: portieradellamacchina?”

“Comesidice: buio?”

E quando siamo arrivati a musica-music, telefono-telephone, televisione-television qualcosa è scattato in lei: il traduttore automatico. Indica le cose e poi subito: “Piattou”, “Tappetou”, “Cuscinou”. Si è trasformata nella romantica signora inglese di Montesano. Formato mignon.

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