La Vale si veste sempre di nero

VALE2

Sul desktop del computer ho salvato alcuni video. Video per un circolo ristretto: c’è Dorothea a mollo nella vasca da bagno. Le braccia e il petto così magri che la testa in confronto appare grandissima. Le alghe dei capelli sulle spalle, le arselle degli occhi con quel taglio che spiove verso le tempie. Aveva circa tre anni e mezzo e da poco aveva preso a parlare. In realtà non sapeva esprimersi molto, di suo: ripeteva per lo più i testi delle canzoni che le cantavamo. Era una bambina-musical. In questi video, dove si muove da un lato all’altro della vasca, con un lento e soave splish-splash, intona dei medley. È concentrata, e anche se rivolge lo sguardo a me, che la sto filmando, non distoglie l’intento dalla sua interpretazione. Per quasi venti minuti l’inno di Mameli e la “Danza del serpente” sfumano in un “Scivola, scivola vai via”, dove tutte le fricative vengono trasmutate in labiali ottenendo un effetto balbuzie: “Scibola-scibola-bba-bbia”. Io, all’epoca, di Capossela le facevo ascoltare un altro genere di canzoni: “Maraja”, “l’Uomo vivo”. Marce e galoppi, fuochi d’artificio, parate, trionfi. “Scivola vai via”, ne sono certa, non gliel’avevo ancora proposta. E allora? Allora, chiaro che c’era lo zampino della Vale. L’altra caposseliana di famiglia. La Vale non è proprio una parente di sangue, né tantomeno una parente acquisita. La Vale è una protezione, un caposaldo, è come la costola d’Adamo “imprestata” a Eva: viene dall’esterno, ma è ormai connaturata con tutto il resto. Dire che La Vale è una babysitter sarebbe riduttivo come affermare che Chopin suonava il pianoforte. Non so se mi spiego. L’ho conosciuta poco dopo il termine del mio periodo di maternità. Avevamo iscritto la piccola a un nido privato vicino a casa perché tutti me ne parlavano bene e perché la stessa direttrice, Silvia, mi ispirava. Come succede alla maggioranza dei bimbi, una volta venuti a contatto col resto del mondo, Dorothea si ammalava in continuazione e così chiedevo a Silvia di mandare qualcuno che stesse con la bambina fino al mio ritorno. Lei aveva tutto un giro di ragazze che avevano fatto l’apprendistato nella sua struttura. Ragazze serie, scrupolose. Mi fidavo di loro, perché innanzitutto mi fidavo di Silvia, ma anche perché mi convincevo di doverlo fare, non avevo molta scelta: al mattino alle nove dovevo essere in ufficio. Così, io che fino a qualche settimana prima ero l’unica addetta alle cure della piccola, adesso dovevo fornire indicazioni su quali rimedi darle per il raffreddore e a che ora, quanto farla dormire, dov’era il brodo vegetale e dove la polvere di tapioca. Solo a questo punto potevo infilare la porta senza la cognizione di dove stessi andando e perché. Al rientro ascoltavo i resoconti. Sorridevo simulando estasi mista ad accondiscendenza quando la ragazza di turno mi riferiva per quale gioco la piccola avesse provato interesse; mi mostravo indulgente quando capivo che l’aveva fatta dormire più del dovuto e vedevo che nel piatto era rimasta quasi tutta la pappa. Tiravo il fiato una volta che usciva. Un giorno ne arrivò una nuova. Le aprii e mentre lasciavo che si togliesse il cappotto e mettesse le calze antiscivolo, salii sul soppalco, dove di notte alloggiavamo tutti e tre, per svegliare Dorothea. Mi sistemai sul bordo del letto, sicura che la ragazza ci avrebbe aspettato di sotto, come facevano tutte le altre. Questa invece s’inoltrò su per le scale e mi sorprese con la piccola attaccata al seno. Mi chinai istintivamente sulla bambina. La ragazza ridiscese. Attesi che Dorothea terminasse e chiamai, cercando di essere naturale: “Se vuoi, puoi salire, sta giocando”. Dal soppalco vidi affacciarsi un viso tondo, di luna piena. Fece gli ultimi gradini calibrando ogni spostamento del corpo, con felpata cautela: una gatta. Dorothea, avviluppata nelle lenzuola si girava di qua e di là, come una salsiccia saltata nel tegamino. Si fermò, attraverso una fessura c’era un occhietto che studiava la nuova arrivata. T-shirt ampia, nera, e dei jeans, anch’essi neri. Si protese verso la piccola: “Buongiorno, Dorothea, vedo che ti piace il dolce risveglio… Vuoi venire un po’ con Vale?”. La voce era lunare anch’essa, appena increspata dall’erre moscia. Tanti anni prima avevo stretto amicizia con una mia quasi coetanea che parlava allo stesso modo. Era gentile, riservata, con qualche risvolto in ombra. Lavorava come impiegata in un’oreficeria e nel tempo libero leggeva i romanzi di Ian Mc Ewan. “Pulp Fiction” e “Trainspotting” erano i suoi film-cult, ma per quanto insistesse non riuscì mai a farmeli vedere. La voce riattivò un codice: la Vale faceva parte di un circolo selezionato già tempo addietro. In altre parole, andava bene. La stessa frase con cui s’era rivolta a Dorothea mi colpì favorevolmente: attribuiva un’identità alla bambina. La piccola scoprì il volto dal lenzuolo e sorrise mostrando dentini e gengive. A siglare l’accordo c’era anche lei. Non venne più di un paio di volte da noi: stava terminando gli studi e non sarebbe riuscita a mantenere un impegno di babysitteraggio. Apprezzai la chiarezza con cui mi spiegò la sua situazione e fui lusingata dal fatto che si dichiarò disponibile ad essere coinvolta più avanti. Quando, al secondo anno di asilo nido, Silvia mi fece presente che Dorothea aveva bisogno di qualcuno esclusivamente dedicato a lei, avanzai subito la proposta che questo qualcuno potesse essere la Vale, che nel frattempo s’era diplomata. E così avvenne. La ragazza di nero vestita divenne una sorta d’insegnante di sostegno. L’aiutava a fare le attività e a mangiare. Ma non solo, quando dovetti tornare a lavorare a tempo pieno, l’accompagnava a casa al termine della giornata al nido. Di solito mio marito tornava prima di me ed era lui a raccogliere il resoconto. Io lei la incontravo solo al mattino al momento della “consegna”. C’erano però delle occasioni in cui trascorrevamo molto tempo assieme. Durante qualche festività le proponevamo di passare qualche giorno con noi in montagna, con una soluzione “alla pari”. Non sapevo bene come gestire questa situazione di co-presenza. Mi riusciva inconcepibile mettermi a leggere o andare a camminare, insomma affidare mia figlia a lei anche in un momento in cui non era strettamente necessario. In realtà era più una cosa che andava a vantaggio di mio marito e non a caso l’invito era sempre di sua iniziativa: durante la vacanza anziché chiedere collaborazione a lui avrei potuto coinvolgere lei. Così di solito si verificava questo: dopo un minuetto di reciproche esortazioni a prendere uno stacco e andare a riposare, ci trovavamo sedute a terra lei e io con Dorothea in mezzo. Non so come si sentisse la Vale, ma a me m’inviluppavano l’imbarazzo e il senso di inadeguatezza: ero la mamma che non aveva il tempo di stare con la figlia per via del lavoro, ma allo stesso tempo non mi identificavo più nel mio lavoro per cui non avevo nemmeno la maschera di donna in carriera dietro la quale ripararmi. Ero sdrucita, malconcia, come un peluche sbrindellato che perde l’imbottitura. Ad aumentare il mio senso d’insicurezza c’era che la Vale parlava assai poco. Pesava le parole prima di pronunciarle. E davanti al suo silenzio, la mia reazione era quella di parlare e parlare in sovrappiù. I discorsi che mi venivano fuori erano un po’ sempre gli stessi, sul vago, sul generico. Non dovevo dimenticarmi che dovevo rispettare il rapporto tra affidante e affidataria. Quindi niente cose personali: piuttosto Dorothea, e le terapie. Su come riuscire per farla mangiare, perché all’epoca quando andavamo “in trasferta” la piccola rifiutava il cibo: “Che cosa si fa in questi casi, Vale?”. Lei assumeva l’espressione assorta di chi pondera. E ponderava. Infine si esprimeva. Con poche parole, esordendo con: “Secondo me.” Non aveva mai certezze da esporre, da squadernare: lei osservava e si prendeva il tempo per farlo. Era calma immanente. L’opposto del mio interventismo, lasciava che le cose affluissero da sé. Mi ci volle non poco, ma poi smisi di scambiare la sua laconicità e il “vuoto” che faceva affiorare come un intervallo condizionato dal giudizio nei miei confronti. L’ultima vacanza insieme fu qualche settimana prima che Dorothea cominciasse la scuola materna. Quindici giorni di mare in Croazia, che segnarono il passaggio cruciale dell’indipendenza di Dorothea dal pannolino. Quindici giorni di accampamento. E non tanto nel senso che fossimo in un campeggio, ma in quello di precarietà fisica e morale. Di sera stipati in un bilocale per pagare di meno, di giorno alla costante ricerca di ombra al canto delle cicale e al silenzio di mio marito, che si ritirava a leggere su uno scoglio o prendeva il largo a nuoto. I ciottoli delle calette croate che rendevano impossibile sdraiarsi, o immergersi nelle acque azzurre senza pungersi e scivolare erano la rappresentazione materica di una condizione più impalpabile di asperità, sfinimento e abrasione dello spirito, ma anche di rapporti corrosi in uno sfasciume che non si può più ricondurre all’ integrità originaria. In quel dissesto generale la Vale procedeva, apparentemente imperturbabile, con il suo passo stabile e leggero. Incurante del sole indossava una t-shirt nera abbondante e lunga fino alle cosce. Teneva Dorothea per mano e scendeva lungo la stradina che portava alla riva sotto la casa che ci albergava. Per quanto fosse abbastanza larga, quella via, procedevamo sempre in fila indiana: Vale e Dorothea avanti, subito dopo venivo io, indietro, ma molto più indietro, mio marito. Un pomeriggio raccolsi una melodia. Era la prima volta che sentivo la Vale cantare qualcosa che non fosse “Batti batti le manine” o roba simile. No, questa era “Scivola, scivola vai via, non te ne andare…”. Accelerai il passo, la raggiunsi. “Ti piace Capossela?” “Sì, ho sentito il suo concerto qualche settimana fa. Da fuori, però: il biglietto costava troppo caro”. Dalla superficie crepata, franata, emergevano cose. I suoi grandi amori, continuava lei, erano i “Marlene” e gli “After.” Le loro canzoni l’avevano accompagnata e sorretta nei momenti difficili. La stradina terminava in un viale di ghiaia che costeggiava un porticciolo. Dorothea, bandana in testa e occhiali da sole, affondava i piedi nel pietrisco, tuttavia cercando di ballonzolare al suo solito, dinoccolata. Tirai fuori la macchina fotografica e feci una corsa per precederle di qualche metro: le fissai così, mano nella mano. Entrambe con i capelli raccolti, gli occhi schermati. Le lenti della Vale nere e così grandi da nasconderle metà del volto. Sul davanti della t-shirt campeggia l’illustrazione tra il dark e l’onirico di una ragazzina dall’aria triste e assente. Dorothea mi guarda spavalda, e sorride. Sorride anche la Vale. A me non mi si vede, ma sorrido anch’io.

4 thoughts on “La Vale si veste sempre di nero

  1. È’ molto importante quando i nostri bimbi speciali intraprendono il cammino pre-scolare e scolare incontrare lungo questo percorso persone con le quali sentiamo di essere in sintonia e che siamo sicuri tengano a loro e alla loro crescita sia didattica che personale.
    Sapere che quando non sono con noi sono comunque in buone mani ci da’ la libertà è la serenità per poterci dedicare ad altro, che sia lavoro o tempo libero.
    Questa affinità molte volte è immediata, altre volte si costruisce piano piano.
    Vi auguro di incontrare sul vostro cammino tante persone come la Vale.
    Un abbraccio e buona domenica.

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