Giganti e Minosauri

DINO

Le favole. Le favole che ascoltavo da bambina. E che ho visto nei film, sempre da bambina, ma anche da adulta, quand’ero felicemente pagata per farlo. Le favole che adesso cerco in qualche modo di raccontare a Dorothea. Anche se Dorothea di solito non è molto incline a partecipare all’ascolto, né quando siamo accoccolate sul divano, né a letto, prima del sonno. Io propongo le più semplici tra quelle tradizionali: Cappuccetto Rosso, Cenerentola. Lei comincia con i suoi giochi di parole, ride, scalcia. Allora lascio stare. Se improvviso qualcosa va un po’ meglio, di solito parto da un canovaccio in cui è lei la protagonista: “C’era una bella bambina, dai capelli biondi, sempre accompagnata dal suo orso profumato alla fragola…”. La bambina prende l’autobus, va alla stazione e sale sul treno per andare a trovare la nonna. A volte nel tragitto si ferma a guardare i camion della nettezza urbana, con la luce arancione che gira-gira. Altre volte arrivano i pompieri: “Popi-popi-popi, fateci passare!” Si fermano proprio in mezzo alla strada: “Sali, bimba, che ti portiamo noi a Castelletto!” Nessuna traccia di principesse, in queste storie, perché le principesse non le fanno né caldo né freddo, piuttosto per movimentare un po’ la narrazione ci sta sempre bene un dinosauro, o, come dice lei, un “minosauro”. Minosauro mi piace, perché riecheggia Minosse, e perché conferisce un interessante chiaroscuro alla creatura spaventevole del mostro, di solito accecato dalla propria ferinità: lo relativizza nell’imperfezione di “minus habens”.

C’è poi il caso tutto speciale di una favola la cui invenzione spetta a Dorothea: quella di Barbapapà e del Gigante di Ferro. L’anno scorso, poco prima di partire per le vacanze, avevo recuperato il film d’animazione di Brad Bird e lei ne è rimasta folgorata, mi chiedeva di guardarlo più volte al giorno. Si esaltava quando il bambino insegnava a parlare al colossale robot e lei stessa nelle nostre passeggiate in montagna riproponeva la situazione: prendeva un sasso da terra: “Questa qui si chiama roccia” e poi interpretava la voce del gigante, arrochendo la propria: “Roccia”. La sua scena preferita era quella del tuffo con cui il gigante si schiantava dentro a un laghetto nel mezzo del bosco, producendo una specie di tsunami. Dunque, al momento della buona notte, a poco a poco, costruivo la storia, montando la sequenza in base alle sue imbeccate: Barbapapà, (spuntato da chissà dove) dice al Gigante di Ferro: “Tuffati tuffati” e quello dapprima è riluttante, ma poi si fa coraggio: “Banzaiiii!” e solleva un’onda così alta da inzuppare Barbapapà. Ma il re di tutti i trasformisti non si arrabbia mica, anzi: gli offre la merenda. Peccato che di tutte le prelibatezze che ci sono nel suo cestino del pic-nic, tra fette di salame e di melone, tra wurstel e wafer, tra una coppa di fragole con panna e un piatto di polenta, manchi l’unica cosa di cui l’omone metallico è goloso: un bel pezzo di ferro! E questo è solo l’inizio.

Le favole, le favole tradizionali, quelle che ascoltavo da bambina rimangono per me. Rosaspina, Raperonzolo. Genitori in attesa di figli che non arrivano, madri incontinenti di fronte alle proprie voglie, padri che limitano l’accoglienza alla gioia, muri invalicabili, sonno, cecità. Così impregnate di simboli che preferisco fuggire ogni interpretazione per non soggiacere al peso della colpa autoinflitta e della condanna.

È un bene che a Dorothea le principesse vengano a noia, molto meglio i giganti che non si prendono troppo sul serio, i dinosauri con il senso di inferiorità, i pompieri che facendo popi-popi-popi fendono il traffico e vanno in un paese di collina a ingozzarsi di crostata e succo di frutta alla pera.

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L’illustrazione è tratta da “Tyrannosaurus Drip”, di David Roberts

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