Mia figlia è meglio degli X-Men

Superpowersproject1

Fino a qualche anno fa quando li incontravo alla televisione giravo canale. Che non si capiva bene tutto quel delirio di donne blu con gli occhi gialli e uomini metà lupo che si indispettiscono per nulla e tirano fuori certi artigli micidiali.

Poi, ironia della sorte, i film degli X-Men me li sono guardati di mia iniziativa e, per una specie di contrappasso, ho anche dovuto chiedere a destra e a manca per recuperare tutti i dvd. Sì, è vero che di base c’era un motivo di lavoro, ma questo secondo me è stato solo un pretesto “esterno”: certi incontri siamo noi che andiamo a scovarli e proprio nel momento in cui ci possono fornire qualcosa di cui abbiamo bisogno, o di cui siamo in cerca.

Qualche settimana prima Dorothea era stata dimessa dal un ricovero al Besta in cui l’equipe medica, dopo non aver riscontrato alcuna patologia, aveva avanzato l’ipotesi che il ritardo psicomotorio e l’ipotonia generale avessero una motivazione genetica.

Dunque ecco che quei mirabilia di Mystica, Jean Grey, Magneto e compagnia bella erano pronti per assumere ai miei occhi tutto un altro aspetto: loro (lo scrivo per chi non avesse mai bazzicato questi supereroi marvelliani) sono dei cosiddetti “mutanti”, e cioè il loro patrimonio genetico ha subito delle modifiche conferendo loro delle caratteristiche uniche, misteriose e potenti. Ma si tratta di un dono o di una condanna? Anche nella fantascienza chi è diverso non ha vita facile e gli X-Men, proprio per la loro straordinarietà, sono considerati potenzialmente “pericolosi”, perché non classificabili, di difficile controllo, e quindi avversati. Superpoteri che possono diventare armi letali, come i raggi che Ciclope emana dagli occhi e che può tenere a bada grazie a un visore al quarzio rubino o gli artigli di adamantio che Wolverine estrae nei momenti in cui la sua istintività ferina viene messa all’erta.

Dunque i profili e le storie di coloro che fino a poco prima avevo tanto esecrato all’improvviso non solo mi apparivano più prossimi alla realtà di quanto avessi potuto immaginare, ma nella loro visionarietà, nell’amplificazione inverosimile, ci trovavo qualcosa di illuminante.

E adesso eccomi a ripensare a loro, perché a distanza di quattro anni, dopo esami, visite e terapie, mio marito e io ci siamo decisi ad affrontare questo spettro dell’indagine genetica e solo da pochi giorni abbiamo avuto la conferma che rispetto al quadro “normale” di noi genitori il DNA di Dorothea presenta un’anomalia.

Questo mi ha un po’ colto di sorpresa, perché vedendo come lei nel frattempo sia riuscita a crescere, a svilupparsi, secondo un andamento peculiare, ma tuttavia continuo, avevo finito col convincermi che la sua fosse una defiance iniziale, che sarebbe stata recuperata col tempo. Al momento, in attesa di avere un colloquio con una genetista, disponiamo solo di poche righe di un referto che per noi ha la stessa chiarezza di un geroglifico. Le informazioni che finora sono riuscita a trovare nella rete non sono state molto d’aiuto, anzi, e allora attendo i numi dello specialista, ma non con quello spirito che avevo un tempo, quando rimanevo in attesa di una diagnosi come se una condanna misteriosa fosse sul punto di cadermi sulla testa.

Quello che mi viene da considerare, adesso, è che c’è una linea sottilissima, invisibile, che separa la diversità come handicap, intesa come menomazione, dalla diversità in quanto “alternativa” o addirittura “facoltà aumentativa”. Dipende dal punto da cui si vuole vedere la cosa. Ad esempio l’ipotono di Dorothea fa sì che il suo corpo sia estremamente flessibile. Le sue articolazioni non incontrano quei limiti di mobilità che cominciano a consolidarsi dopo la prima infanzia. Può assumere posizioni yogiche con la stessa naturalezza con cui gli altri bambini siedono in ginocchio. Invece la sua complessione, che sembrava così gracile fino ai due anni, con la crescita ha dimostrato di riuscire a irrobustirsi. Quindi lei rimane “duttile” pur rafforzandosi.

Inoltre Dorothea ha una notevole sensibilità acustica, il che fino a poco tempo fa ha avuto dei risvolti scomodi, spesso drammatici: era impossibile, in sua presenza, usare l’aspirapolvere, il mixer o altri elettrodomestici che producessero suoni acuti e continui. E se eravamo fuori casa dovevamo darcela a gambe non appena compariva un bambino piccolo: la voce, ma soprattutto il pianto di un infante la gettava in uno stato di panico. Crescendo sembra aver superato l’insofferenza e la paura ingestibile. D’altro canto il suo orecchio fine e la sua attenzione ai suoni fa sì che lei sia in grado di imparare immediatamente la melodia di una canzone e riesca a riconoscere uno strumento musicale distinguendolo anche da alcuni che non capita di ascoltare così di frequente, per esempio un clavicembalo o un oboe.

Ma soprattutto, se si vuole intendere l’ascolto come qualcosa di più ampio, come comprensione, allora proprio la stessa Dorothea che sembra stare “nella sua bolla”, possiede quella che si definisce una “intelligenza emotiva”. Entra in empatia con gli altri e ha una misteriosa capacità di percepire all’istante che carattere abbia la persona che gli sta accanto, sia questa un famigliare o uno sconosciuto e di rapportarsi di conseguenza.

La flessibilità di Dorothea può essere quindi intesa in modo più ampio come fluidità, apertura, ascolto. Caratteristiche di questo tipo se accolte, rafforzate, valorizzate, possono solo apportare del bene al nostro mondo, se si vede in ciascun individuo non la funzione che può svolgere nel sistema economico-utilitaristico, ma la ricchezza che porta dentro di sé, a livello umano, nel risvolto positivo delle emozioni e dei sentimenti più alti, incondizionati.

Che tipo di mutante Marvel potrebbe essere Dorothea? Mi sembra quasi di vedere la sua figurina di un album Panini, con il disegno di lei ritratta nel suo pigiama rosso fragola a strisce bianche, sospesa nel vuoto dopo aver spiccato un salto dal materasso del lettone grande. Il caschetto biondo un po’ scomposto e gli occhi spalancati che sprigionano un’energia vagamente luciferina, quella che l’anima nei suoi momenti più monelli. La descrizione nella didascalia dell’album potrebbe essere più o meno questa:

“Caratteristiche generali: ha una struttura di fluidotilene, capace di piegarsi, flettersi, e ruotare il busto di centoottanta gradi. Con un udito strabiliante in grado di percepire ultrasuoni.

Punti deboli: perde il controllo se sente piangere un innocente.

Punti di forza: il sorriso e la risata che può fare l’effetto di un narcotico: stordisce, fino a neutralizzare i nemici, perché lì rende inoffensivi, immemori, pacifici.”

L’unica cosa cui non riesco a venire a capo è: che nome potrebbe avere questo supereroe? A quale facoltà aumentata si dovrebbe dare la prevalenza onomastica?

A me vengono solo in mente cose banali, tipo Flexy, o Sonar, che però fanno più pensare a un materasso o un antifurto.

Per un X-Men di questo calibro, bisognerebbe chiedere consiglio direttamente a Stan Lee.

O forse anche no.

Per fortuna Dorothea è reale. Per fortuna, perché una cosa è certa: a salvare il mondo dalle minacce non saranno le armi letali, ma i valori cui in genere non si dà importanza: l’ascolto e il sorriso di un incontro che non giudica.

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