A casa di dio

God

Confesso che ho pregato. Io che non andavo in chiesa da almeno quindici anni mi sono rannicchiata davanti alla porta di Dio, come me lo avevano fatto conoscere da bambina. “Toc, toc, sono io, è un po’ che non ci sentiamo”. Confesso che mi sono vergognata, ma non perché non mi fossi più fatta sentire per così tanto tempo. Né perché la visita fosse opportunistica. Ma perché Lui era solo uno dei tanti che stavo andando a scomodare. Perché prima avevo avuto tête-à-tête con Buddha, e avevo in programma di fare un giro anche da Allah, che manco sapeva chi fossi, ma non mi avrebbe ignorata, questo no. Perché non si trattava di sragionevolezza. Solo di genuina disperazione.

Davanti a Lui tenevo gli occhi bassi, come si conviene con Dio, e ho fatto delle promesse. Tipo che non mi sarei mai più lamentata di niente, che tutto, in confronto mi sarebbe sembrato una discesa. Che sarei persino tornata in chiesa. Dopo questi anni di silenzio ora che tornavo a parlare con Lui, usavo le stesse formule di quand’ero bambina. Nessuna maturità avvenuta nel frattempo? O forse era solo il codice del rapporto che avevo instaurato e oltre a quello non sarei mai riuscita ad andare? Ma mentre promettevo ero sincera. E se avessi avuto la certezza che facendomi suora Dorothea, alla nascita, sarebbe stata sana, allora avrei preso i voti all’istante.

Qualche giorno prima una vestale della ginecologia ci aveva annunciato che in base a quello che vedeva dall’ecografo il pesce Kun che mi nuotava dentro probabilmente non si sarebbe mai trasformato nell’uccello Peng ovvero sarebbe sempre rimasto Kun o forse nemmeno quello. Non sapeva dire con certezza. Non aveva mai letto nemmeno Chuang Tzu (secondo me).

Lo diceva per il nostro bene, ma il bene che volevamo noi era qualcosa di diverso, così le abbiamo spiegato che saremmo arrivati avanti, finché Kun avesse dimostrato di poter diventare Peng. Non si trattava mica di un romanzo di quelli che puoi anche decidere di interrompere o dimenticare sul treno o sulla sdraio. Ci credevamo, in quella storia.

“Stai tranquillo, Kun, nuota tranquillo finché vuoi” e intanto guardavo la mia pancia, che aveva appena cominciato a tendersi, ma proprio pochino, che fosse una pancia gravida, da fuori, non lo si sarebbe capito. E sentivo che Kun ci sarebbe potuto stare bene, dovevo solo tranquillizzarlo, perché nessuno gli avrebbe torto una squama, io credevo in lui, sapevo che ce l’avrebbe fatta.

Ma allora c’era proprio bisogno di andare a scomodare Dio?

Provai persino ad andare in chiesa. Era Agosto e il quartiere era deserto. La chiesa vicino a casa mia è di mattoni rossi, in architettura moderna, e se non fosse per il campanile, sarebbe del tutto simile a una villa di periferia. Mi avvicino all’ingresso. Una donna dai capelli grigi mi blocca il passaggio:

“Dove vuole andare?”

“Vorrei pregare”.

“Adesso è chiuso, venga stasera.”

Ci sono rimasta male, e sulle prime mi son detta: che Dio è, che c’ha gli orari, adesso mi sono ricordata del perché non son più venuta a trovarlo. Ma poi sono rinsavita e mentre facevo la strada a ritroso sotto il sole delle undici ho realizzato che aveva mandato la portinaia per farmi capire di starmene un po’ buona, e che il troppo stroppia.

E infatti il giorno dopo dall’ecografia è venuto fuori che Kun se la stava cavando proprio bene.

Andava a rilento, ma sapeva il fatto suo.

————

(su Peng e Kun vedi post precedente)

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