Fenomeni e attributi

circo

Per poter usufruire dei vantaggi della legge 104 che tutela i disabili e chi si prende cura di loro bisogna presentare una richiesta all’Inps e rimanere in attesa. Dopo qualche giorno arriva una lettera in cui viene dato un indirizzo e un orario.

L’orario è ampiamente approssimativo. Quando arrivo con Dorothea nel luogo preposto, nel primo pomeriggio dell’ultimo giorno di marzo, troviamo la sala d’attesa che pullula di gente.

Giovani, anziani, bambini e ragazzi accompagnati dai genitori.

Voglio pensare che non siano tutti prima di noi. Forse fanno un’unica convocazione e chiamano in base a chi si presenta prima? Devo assolutamente trovare qualcuno cui chiedere, palesarmi, mostrare il foglio con scritto l’orario. Dietro di me sta arrivando altra gente. Intercetto una donna in camice bianco, la fermo mentre attraversa il corridoio. Le mostro la lettera, con la carta d’indentità della bambina.

S’accomodi, la chiameranno. E scompare dietro a una porta.

Un uomo mi offre un posto a sedere. Accetto per forza di cose, ma non mi rassegno a togliere l’impermeabile. Natiche e schiena mi trasmettono il fastidioso calore di un altro corpo. Spoglio Dorothea, che non ha nessuna voglia di rimanermi in braccio.

Ho portato dei generi di conforto e qualche libro, ma lei vuole scoprire anche che cos’abbiano da offrile gli altri. Vicino a noi c’è una donna sudamericana, con in braccio un bambino di pochi mesi che se la dorme beato, appoggiato al seno generoso. Lei ha gli occhi solcati da cerchi viola, lascia che mia figlia giochi con delle palline di stoffa del suo pargolo e intanto l’accarezza sulla testa, le sorride. Sembra non prestare attenzione al fatto che alla piccola escano scie di saliva dalla bocca.

E lei, è qui per sé o per il bambino?

A parte un ragazzo con le stampelle non ravviso alcuna persona che dimostri apertamente di avere un handicap. Un handicap come l’ho sempre inteso io: qualcosa di fisicamente notevole, di eclatante. Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno in una sala piena di aspiranti disabili e ciascuno di loro disattende le mie aspettative. Questa ha piuttosto l’aria di essere una comune anticamera ambulatoriale.

A intervalli che variano dai cinque minuti al quarto d’ora la stessa donna che ho interpellato al mio arrivo s’affaccia alla porta e scandisce un cognome, con la stessa ufficialità di un funzionario dell’estrazione del Lotto: Gentilini. Scaccabarozzi. Pavan. Russo. Molisani.

La declamazione di un cognome crea come un vuoto che assorbe il brusio indifferenziato della stanza per fare emergere un secco sfregamento di sedia contro il pavimento, un fruscio di cappotti raccolti, un rapido scambio di parole tra l’aspirante disabile e il suo accompagnatore. I corpi si spostano, fanno smuovere l’aria, poi scompaiono dietro la porta misteriosa della commissione. Ed è qui, nel distacco della persona dal tutt’uno indifferenziato, che lo strascichio di un’andatura lenta o zoppicante segnala il passaggio di un corpo che non funziona come dovrebbe.

Questo mi fa pensare agli “handicap” che non emergono se non occasionalmente, perché sono impalpabili, in quanto non hanno a che vedere con il corpo, ma con lo “spirito”. E non riguardano solo alcuni, ma la stragrande maggioranza di noi. Ciascuno si trova a dover fare i conti con un aspetto zoppicante del proprio essere. Qualcosa che fa parte del carattere o che si è formato nel tempo e che magari se ne sta lì, non crea disturbo, apparentemente non squilibra, se non quando viene chiamato in causa. Può essere il bisogno di sentirsi riconosciuti dagli altri o l’incapacità di prendere decisioni o il senso di inadeguatezza di fronte a certe situzioni. Sono “disfunzioni” o meglio “peculiarità” con cui conviviamo magari tutta la vita, spesso non ne siamo nemmeno consapevoli. Anche se in essi ci manifestiamo, almeno ai nostri stessi occhi, per quello che siamo veramente.

A volte finiamo invece col vedere solo aspetto limitante e perdiamo di vista tutto il resto. E ci convinciamo che gli altri, dal punto di vista della nostra difficoltà, non abbiano alcun problema.

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di vedere un corto, “The Butterfly Circus”: racconta la storia di un ragazzo nato senza gambe e senza braccia (l’attore è veramente focomelico, non ci sono trucchi di scena) che realizza di essere una persona, e non uno scherzo della natura, come s’era rassegnato farsi esibire insieme ad altri freaks, in una pulciosa fiera di campagna.

L’imprenditore del Circo della Farfalla, che lo ha accolto in quella che è una vera a propria famiglia, gli svela la storia di ciascuno degli artisti che ne fanno parte. Il ragazzo così scopre come al di là della magia della scena, dei costumi, delle abilità e della destrezza che incantano gli spettatori durante uno spettacolo, ci sia il riscatto dalla miseria, la degradazione fisica e morale, la sconfitta, la perdizione. In sostanza, non è tutto oro quello che luccica, ma se luccica vuol dire che c’è qualcosa che lo fa risplendere.

(Il finale del corto non ve lo rivelo, andate a vederlo al link che trovate qui sotto)

——–

Il condizionamento dell’attesa, quando viene accettato, porta a uno stato ipnotico: quasi non mi accorgo che tutte le sedie ormai sono libere. Mia figlia si è anche fatta due amichetti che hanno su per giù la sua età. Sono piuttosto “turbolenti”, giocano a spingersi addosso le sedie. Dorothea li trova divertentissimi e ho il mio bel da fare a tenerla nei limiti di sicurezza. Con le mamma sudamericana, la mia alleata, ci scambiamo sguardi, sospirando e scrollando la testa: son pur sempre bambini. La presenza di questa donna mi rassicura: il suo bambino nel frattempo s’è svegliato, ha preso il latte dal seno e ha ripreso possesso dei suoi giochi. Lei non s’è mai alzata, ha prestato le sue cure materne, esattamente come se fosse sulla panchina di un parco. Mi viene quasi il sospetto che non abbia alcun posto dove stare e che rimanga qui solo per farci compagnia. Quando chiamano Dorothea mi sento come se le stessi tradendo. Raccolgo in fretta le nostre giacche e la borsa, dispensando il mio più largo sorriso di riconoscenza.

Entro nella stanza, disinvolta. Che sarà mai questa nuova prova rispetto alla libertà che ci aspetta, una volta che saremo fuori? L’ambiente, per le minuscole dimensioni, è affollatissimo. Dietro un tavolo, tre uomini. Nell’angolo, accanto alla tapparella abbassata, una donna con il camice bianco. Hanno tutti lo sguardo impietrito, come chi stia combattendo contro una secolare emicrazia. C’è anche un uomo senza camice, con un maglioncino azzurro, ed è l’unico che accenna a un sorriso. Anche da seduto si vede che è notevolmente più alto degli altri. Mi siedo davanti a lui con Dorothea in braccio. La brizzolatura sui suoi capelli crespi fa pensare alla polvere. Vuole sapere come mai non abbia richiesto l’assegno di disabilità per la bambina. Non sapevo che fosse possibile avere anche dei soldi, ma nascondo la mia disinformazione dicendo che ho uno stipendio, non voglio gravare sullo Stato.

Questa sua visione è lodevole, osserva l’uomo, ma come rappresentante della categoria, è mio dovere invitarla a chiederlo lo stesso, negli interessi di sua figlia.

Posso farlo adesso?

No, deve rifare la stessa procedura.

La stessa dentica?

Sì.

Significa che dobbiamo ripresentarci qui?

Sì.

Ok, penso, per ora non graveremo sullo Stato.

Che cos’è che ha? Mi fa uno in camice bianco, uno che ha l’aria di aver avuto sempre solo cinquant’anni. Potrebbe essere un bell’uomo, se solo riuscisse a distendere i muscoli del viso, contratti in quella smorfia permanente. Ho come la sensazione che mi abbia fatto la domanda più per farmi un favore. Ritardo psicomotorio, rispondo. E comincio a raccontare la nostra storia, vado proprio alle origini, da quando Dorothea era nella mia pancia, per dispetto, per sfida, per una sottile perfidia. Voglio comunque rivendicare la nostra importanza, dopo tutto quel tempo trascorso in sala d’attesa. Parlo veloce e più aggiungo dati, più mi convinco che non mi stanno dando retta. Mi lasciano sfiatare e intanto scrutano la bambina. Non le fanno domande, la guardano e basta. Qui accade una cosa inaspettata: mi prende il timore che loro, in Dorothea, non trovino niente che non va. Del resto da quando siamo entrati la bambina siede composta e dà l’impressione di seguire tutto quello che sta succedendo nella stanza. Mostro loro la cartellina, quella dove mettiamo tutti i referti delle indagini, che ormai è spessa almeno tre centimentri. Nessuno vuole vedere niente.

“Quanti anni ha adesso?” La voce della donna nell’angolo cigola come un cancello che non viene aperto da tempo.

“Tre anni”, rispondo. Sospendo il mio monologo in attesa che lei aggiunga qualche altra domanda o osservazione. Al suo silenzio sto per ripartire quando l’eterno cinquatenne mi blocca: potete andare, riceverete una comunicazione.

I tempi? Mi fanno capire che ci sarà da attendere.

Attenderemo. La mia nevrotica intemperanza per gli stati di sospensione e inoperosità è ormai un ricordo.

Intanto adesso siamo fuori.

Saliamo in auto, dirette verso la gelateria. Un premio, soprattutto io, me lo sono meritato. Da oggi la parola “disabile” non mi fa più paura. Ne ho accolto il termine, l’ho fatto mio.

Disabile, che cosa vorrà mai significare? È solo un attributo funzionale. E in quanto tale posso usarlo anche io, in riferimento a mia figlia, senza temere che le si appicci addosso, che la contagi, come una malattia. Non sarà questo termine a metterla in fondo alla scala sociale, a fare di lei un’inetta. Quello che siamo veramente non dipende da un titolo esterno, a meno che non finiamo noi stessi per identificarci con esso.

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Il fotogramma in alto è tratto dal film: “The Butterfly Circus” che si può vedere sottotitolato in italiano a questo link:

http://www.studio7am.it/2011/12/the-butterfly-circus/

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