Una pentola che bolle

baciamipiccina La sentenza arriva a fine giugno. La posso consultare io stessa, via Internet, grazie a un link che mi ha passato l’avvocato: poche righe che però non aggiungono niente di più rispetto a quello che lui stesso mi ha già anticipato per telefono. Le formule giudiziarie, a differenza dei testi di narrativa, non concedono grandi margini all’interpretazione personale: “il Tribunale riconosce la validità della situazione vigente”. E la situazione vigente è quella istituita su ordine dello stesso Tribunale, cinque mesi fa, con un provvedimento cautelare. Chiamo i miei genitori, le mie due amiche più strette, quelle che considero come sorelle: è giusto che anche loro sappiamo quanto prima. Spero, ma lo stesso avvocato non è in grado di assicurarmelo, che la sentenza abbia validità anche per gli anni successivi. Mentre passo la notizia non mi sento né più serena, né più entusiasta di prima. Un pochino delusa, forse, perché non c’è stato riconosciuto alcun risarcimento economico con cui avremmo coperto le spese legali. Devo aggiornare mio marito, penso. Mi viene ancora da chiamarlo così. Al telefono non risponde, io non insisto. È la mezza, devo affrettarmi a uscire, o al mercato non troverò più niente sui banchi.

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Per andare ho preso la bicicletta. Ho messo la giacca a vento, col cappuccio tirato sopra un cappello con la visiera. Ho preferito evitare l’auto perché temevo di non trovare parcheggio. Di fatto non si tratta di un lungo percorso, si e no un paio di chilometri, e con i mezzi ci avrei messo molto più tempo. Eravamo tra le braccia di novembre, quando il cielo non la smette di lacrimare. Mio marito stava seduto al tavolo e mentre io ultimavo la vestizione con stivali e guanti teneva gli occhi attaccati al monitor del computer. Questo faceva sì che io mi accanissi ancora di più nello spiegare quali ragioni mi muovevano a fare un passo del genere, con tutta l’esasperazione della protestante di sinistra che c’è in me. Dorothea giocava sul tappeto davanti al divano. Mi dispiaceva dover uscire, perché era appena tornata da scuola e mi aveva chiesto di stare con lei. Fuori era già buio, ma sul mio veicolo c’erano almeno tre luci a intermittenza, una specie di albero di Natale in movimento, e poi andavo piano e dove possibile mi tenevo sul marciapiede. Percorse un paio di vie ho tagliato per il parco che a quell’ora era ancora aperto e mi sono trovata giusta giusta davanti al numero civico dell’Associazione. Ho citofonato, ma c’è voluto un po’ perché qualcuno rispondesse. Una voce d’uomo, la stessa con cui avevo preso accordi al mattino, mi ha spiegato la strada verso il seminterrato. Suonava giovanile e cordiale e questo mi ha dato la sensazione di trovarmi già all’asciutto. Ho attraversato un giardino, sono scesa giù per una rampa scale, a lato dell’ingresso c’era un poster dell’Associazione con un logo e una scritta: “Lega per i diritti delle persone disabili”. Varcata la soglia mi sono trovata davanti uno che avrà avuto su per giù la mia età: statura bassa, occhiali, un maglioncino sopra una camicia dal colletto appassito. Nonostante l’aria affaticata riusciva a trasmettere affabilità e disinvoltura: “Signora s’accomodi, purtroppo devo farla aspettare qualche minuto”. Era proprio lui, quello della voce. Mi son tolta la giacca, i pantaloni erano zuppi, ma sapevo che non mi sarei ammalata, mi sentivo forte di spirito. Oltre a noi due non mi sembrava ci fosse qualcun altro, probabilmente a quell’ora erano già tutti via. L’appuntamento ero riuscita letteralmente a “strapparlo”. Dopo varie telefonate e email avevo convinto la segretaria a farmi parlare direttamente con l’avvocato e questi aveva ceduto: se passavo per fine giornata avrebbe potuto dare uno sguardo a tutta la documentazione in mio possesso e dirmi che cosa avrei potuto fare. Nella mia vita non era la prima volta che mi rivolgevo a un legale per faccende personali, ma non ero mai andata fino in fondo: a un certo punto, al bivio tra mettere in atto o lasciar perdere avevo scelto la seconda strada. Non si sa mai dove si vada a finire con la giustizia, nel mio Paese. Questa volta però avrei fatto qualsiasi cosa pur di trovare la via per ottenere quello che sentivo fosse nostro diritto avere. Stavo seduta e intanto mi tenevo occupata contemplando altri poster istituzionali, affissi sotto delle teche. Sfondi giallo ocra o verde petrolio con titoli in bianco e nero e dichiarazioni esplicative: il design rassegnato alla pesante verità che pochi si prestano a cogliere. L’avvocato è ricomparso, sembrava ancora più stanco e logoro di prima, ma tuttavia conservava un barlume di energia e a passo deciso mi ha fatto strada verso il suo ufficio. C’era odore di chiuso e di umanità a fine giornata e ho sperato che avrebbe lasciato aperta la porta. Invece se l’è tirata dietro e lì per lì non me la sono sentita di trovare una scusa per chiedergli di non farlo, lui si era già precipitato a rimuovere una pigna di cartellette da una sedia: “Prego, si accomodi!”. “Le ho portato i documenti, purtroppo alcuni non sono riuscita a stamparli, ma ce li ho qui sopra…” Lui ha preso la chiavetta USB che gli porgevo e s’è abbassato per inserirla nel computer, sotto la scrivania; lo schermo era girato di tre quarti e mostrava la foto di una valle soleggiata, un prato con crochi e bucaneve che spiccavano sul fondale di vette con ghiacciai perenni. Avrei voluto commentare qualcosa, tipo: anche io sono un’amante della montagna sa?, ma era meglio non andare troppo sul personale. E poi sbirciare il desktop di un computer è come spiare l’interno di un armadio, potevo metterlo a disagio. In attesa che i documenti digitali si aprissero lui guardava quelli cartacei e in particolare si soffermava sulla “diagnosi funzionale” emessa dalla commissione Asl: “Qui c’è scritto che la bambina ha bisogno di sostegno elevato. In casi come questo l’insegnante di supporto deve essere presente per tutto il tempo di permanenza di sua figlia in classe, quanto tempo ha detto che rimane, invece?” “Circa tre ore al giorno.” “Lei stamattina mi diceva che ha già scritto al Comune…” “Sì, e nella chiavetta può trovare tutta la corrispondenza. L’anno scorso mi hanno ribadito che in base a quanto comunicato loro dalla direttrice della scuola, risultava che la bambina fosse adeguatamente coperta. Tra una cosa e l’altra, ora che ho ricevuto questa risposta, eravamo già a marzo. Così ho lasciato perdere.” L’avvocato sospira, apre le email del carteggio. Mi chiede se ho tenuto un verbale delle riunioni fatte con il corpo insegnante e la direttrice. Rispondo di no. Vuole sapere se ho mai ricevuto copia del PEI, il Programma Educativo Individualizzato che viene messo a punto per i bambini disabili. Fino a un mese fa non sapevo nemmeno di che cosa si trattasse, e mi vergogno di essere stata così sprovveduta, di questa ignoranza dietro alla quale tentavo di non affrontare la questione spinosa della diversità: una elusione che si paga a caro prezzo. L’avvocato si toglie gli occhiali, si stropiccia le palpebre vigorosamente, poi le riapre e sgrana gli occhi, pronunciando: “Ci sono tutte le condizioni per mandare una lettera al Comune, comunicando che se il monte ore non viene alzato siete pronti ad avviare un’azione legale.” “La lettera non me la può scrivere lei?” L’avvocato si passa una mano sulla testa, infila le dita tra i capelli radi che cominciano a ingrigire. Sospira: “Lo farei volentieri, ma qui sono da solo e ho un tale carico di cose da fare. Per aspettare me perdereste altro tempo. Le consiglio di rivolgersi a qualcun altro. Ma potete mettermi in copia conoscenza…”

La pioggia s’era infittita, il parco era già chiuso e ho dovuto compiere un giro più largo passando lungo un vialone trafficato da macchine e autobus con sagome scure dietro a vetri appannati. L’asfalto era coperto d’acqua che spremuta dai pneumatici si levava in schizzi obliqui e molesti. Avevo le gambe ormai fradice, ma tra poco sarei arrivata a casa. Per evitare che la pioggia mi entrasse negli occhi tenevo la testa bassa. Pedalavo lentamente. Capo chino non significa resa: ripensavo alla maestra di Dorothea, la signora M., prossima alla pensione con più di trent’anni di servizio. Quindici giorni prima era nell’ufficio della direttrice, assieme alla signora C., la collega di un vita. Stavano sedute tra la scrivania e le finestre, come due liceali convocate in presidenza per aver falsificato la firma dei genitori. La signora M., il volto bruno come legno di noce, teneva gli occhi fissi a terra, su un punto che sembrava aver ben presente solo lei, diceva: “La bambina non è seguita a sufficienza, ci vuole qualcuno che stia con lei”. Non le interessava che al di là della scrivania venissero suggerite strategie, soluzioni. “Noi non riusciamo a seguirla. Servono più ore di sostegno” ripeteva. Nell’ufficio c’eravamo anche io e mio marito e la direttrice infine aveva proposto che le maestre stilassero un resoconto da mandare all’ufficio disabili. Ma, a quanto ne so, il resoconto non era stato inviato mentre le maestre avevano ricevuto una lettera di richiamo per aver sobillato dei genitori contro la Scuola. Quando sono entrata in casa mio marito era nella stessa posizione in cui l’avevo lasciato. Ho abbracciato mia figlia, sono corsa in bagno e poi in cucina, ho riempito una pentola d’acqua, non avevo ancora idea di quello che ci avrei messo dentro. Ma una pentola che bolle è sempre un ottimo punto di partenza.

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Il telefono squilla e poso le borse ai piedi della porta d’ingresso, ancora chiusa: “Abbiamo vinto” dico, e poi aggiungo: “La causa contro il Comune.” Bene, fa mio marito, e nella sua voce colgo lo stesso accento che avevo io con l’avvocato: un sollievo che poi sollievo non è veramente, perché non avevamo dubbi che sarebbe finita in questo modo. E anticipo: “Nessun risarcimento economico.” “Ma l’avvocato ne sembrava così certo…” “Mi ha detto testuali parole: “ci è stato consigliato di non insistere su questo punto”.” “Che cosa vuol dire: ci è stato consigliato? Chi è che ha consigliato?” È la stessa domanda che avevo io. Mi stringo nelle spalle anche se lui non può vedermi: “Non ho avuto il tempo di chiederglielo, lui è così sbrigativo che mi son trovata in confusione. E se non ero io che gli chiedevo del risarcimento, lui neanche se ne ricordava…”.

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Il dottor N. aderiva ad “Avvocati per niente”. Il riferimento di quest’associazione l’avevo avuto da l’”Abilità”, un’organizzazione che offre sostegno ai bambini disabili e alle loro famiglie.  Sempre l’Abilità mi aveva messo in contatto con alcune famiglie che, come noi, si erano trovate nella necessità di richiedere un coinvolgimento legale a fronte del mancato ottenimento di tutte le ore di supporto scolastico necessarie. Ero così venuta a conoscenza di un ricorso collettivo contro il Ministero dell’Istruzione, con delle spese legali pro-capite che sarebbero state bassissime, ma noi non avremmo potuto aderire perché la scuola di Dorothea è comunale e non statale. Tuttavia il fatto che ci siano ricorsi addirittura collettivi mi dava la misura di come il caso di Dorothea non fosse che uno tra innumerevoli altri. La prima volta che ho fatto il numero di “Avvocati per Niente” ascoltavo il segnale di linea libera e mi interrogavo sul significato di quel nome. “Per niente”, sarà perché a differenza degli altri non presentano una parcella? O forse perché c’è un senso di amara ironia a proposito delle cause a favore di disabili ed extracomunitari, che spesso non vengono considerati come aventi dei diritti? Ho chiamato ripetutamente per due giorni, e ogni volta lasciavo un messaggio in segreteria. Quel “Per niente” cominciava a suonare come una presa in giro. Finché non è arrivata la chiamata dell’avvocato N.: voce giovane da trentenne, asciutta, parlantina con i termini specifici del suo linguaggio. Mi ha dato un appuntamento per il giorno successivo. L’ho colto al volo, senza consultarmi con mio marito. Era un venerdì. Dopo pranzo siamo saliti sullo scooter. Lo studio era in un appartamento al primo piano nei pressi del Tribunale. Un’assistente ci ha fattto accomodare in una sala con un grosso tavolo di vetro. Dalla porta rimasta aperta si intravedevano alcuni cittadini nordafricani in attesa di essere ricevuti. Il colloquio con l’avvocato N. non è durato nemmeno un’ora. Lui era per fare causa, subito: “Avete già scritto e fatto abbastanza” ha concluso, intrecciando le mani sul tavolo. Da un polsino della sua camicia sportiva spuntavano dei braccialetti di fili multicolore, di quelli che quando te li allacci devi esprimere un desiderio, ma bisogna aspettare che si logorino perché quest’ultimo di avveri: “Se presentiamo causa già adesso al Tar, nel giro di un mese avremo una sentenza.” Abbiamo firmato delle deleghe a procedere e siamo usciti. Fuori c’era ancora il sole. Il sole algido che trionfa nelle prime giornate fredde. Siamo entrati in un bar, uno di quelli sciccosi, dove i cioccolatini al banco sembrano gioielli incartati. Sorseggiavo un caffé senza sentirne il gusto. Le decorazioni natalizie alle vetrine incorniciavano il traffico che a quell’ora era ancora scorrevole, tra poco anche noi avremmo fatto parte di quel fiume.

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Decido di telefonare anche alla maestra M.. Non sono nemmeno riuscita a salutarla prima che andasse in pensione qualche settimana in anticipo rispetto alla fine dell’anno scolastico. Mi risponde il marito. Gli spiego che ho avuto il loro numero dalla maestra C. e lui accoglie la mia presentazione con la titubanza che si ha davanti a un cane che non sai se è buono o se ti morde appena avvicini la mano; io preciso che sto chiamando solo perché sono molto grata alla sua signora per tutto quello che ha fatto per Dorothea e perchè ho una notizia che sicuramente a M. farà piacere. Lui mi spiega che la moglie non è in casa e poi si lascia andare: “Ha sofferto tanto, sa? Dopo tutti questi anni di lavoro, non era giusto che la trattassero così…” Ascolto la sua voce pacata e gentile, me lo immagino in piedi nella cucina di una casa ordinata e pulita, in penombra, perché le tapparelle sono state abbassate, così che l’afa dell’estate incipiente non si beva tutto il fresco.

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Portando Dorothea a scuola dopo la terapia, dal vialetto d’ingresso avevo intravisto la sagoma di un uomo e una donna in piedi dietro alla tenda veneziana della segreteria. Stavano aspettando me. Lo sapevo perché avevo ricevuto una soffiata il giorno prima, dalle maestre. Nell’ufficio non ci volevo entrare, ma non avevo altra scelta, dovevo ritirare la copia di alcuni documenti che servivano all’avvocato. Dentro c’erano tutti: la direttrice, la responsabile per le politiche scolastiche a favore dei disabili e un segretario, il cui ruolo non mi era ben chiaro, ma con il quale ho avuto uno scambio di email. La direttrice sfoggiava un sorriso deferente e preoccupato. Si è alzata per darmi la mano. Gli altri si sono staccati dal davanzale. Mi son detta: “Mantieniti salda”. “Vi ho scritto che oggi avrei solo ritirato la copia dei documenti che avevo richiesto.” La responsabile dei disabili mi ha interrotto: “Signora le chiediamo solo qualche minuto” “Questo incontro non è stato concordato.” “Vogliamo parlare con lei di Dorothea” insisteva. “Abbiamo un legale che ci rappresenta, potete rivolgervi a lui direttamente” “Ma qui si tratta dell’interesse di vostra figlia”. La direttrice non interveniva, il segretario rimaneva in mezzo alla stanza, non sapeva dove appoggiarsi. “Infatti, è per questo che ci siamo dovuti rivolgere ad un avvocato.” “Ma signora, perché spendere soldi per una questione che possiamo risolvere qui, anche adesso?” “Eccoci arrivati al dunque”. “Perché fino a pochi giorni fa ho continuato a scrivere e a telefonare senza avere nessun tipo di riscontro.” “Devo contenermi, non mi devo scaldare troppo, soprattutto non devo far uscire le lacrime”. “Signora, nel frattempo le persone al vertice sono cambiate.” “Le persone al vertice sono cambiate.” “Le chiedo di venirci incontro. Possiamo dare più ore a sua figlia. Ad esempio, portarle a venti.” “Venti? Tutta questa scena per quattro ore in più?”  “Io le chiedo: se lei avesse una figlia disabile, e le dicessero che più viene seguita, più ha la possibilità di recuperare il suo handicap, che cosa farebbe, si accontenterebbe di quello che le passano o farebbe in modo di ottenere tutto quello sua figlia ha diritto di avere? Ha idea di quanto tempo è stato perso, di quanta energia abbiamo dovuto spendere, come non bastasse già tutta la fatica che viviamo quaotidianamente? Mi dica quanto vi devo per le fotocopie.” Il segretario ha farfugliato la cifra, mi dispiaceva essere rude, sembrava una brava persona capitata lì suo malgrado. Non avevo spicci, solo banconote. La direttrice si è offerta di uscire per trovare del cambio. La responsabile si è avvicinata, il suo tono è diventato confidenziale e mi ha mormorato: “Signora, noi abbiamo capito che cosa è successo. – E con gli occhi ammiccava verso la scrivania della direttrice –  Si annoti questo numero, è il mio diretto. Mi chiami così ci vediamo e risolviamo l’inconveniente.” È arrivata la direttrice, ho preso il resto, ho salutato e sono uscita. Non rimaneva che spedire tutto all’avvocato. Ed è quello che ho fatto.

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