Post scriptum

a4f181c32a0e21e85177892df901d030Un paio di anni fa scrissi un racconto. Era basato su una storia di vita vera, guarda a caso la mia. Narrato in prima persona. Non ero riuscita a creare nessun filtro che mi mettesse al riparo e, in realtà, di mettermi al riparo non ci avevo neanche pensato. L’unica cosa importante era rielaborare i fatti attraverso la scrittura; cercare di afferrarne il significato che mi sfuggiva, pur sentendo di averlo a portata di mano. E i fatti erano questi: mio marito mi voleva lasciare e me l’aveva detto in modo chiaro, io sapevo che i miei giorni di lavoratrice dipendente erano prossimi alla fine e mi trovavo faccia a faccia con lo spauracchio di essere disoccuppata, sola e mamma di una bambina disabile. Dopo una notte insonne ero uscita con mia figlia per andare al parco giochi, ma siccome era un sabato di luglio quel parchetto di periferia era deserto e oltre a noi due e alla giostraia vedova con un figlio down, c’era solo un uomo di età indefinibile a tutela di un bambino che mostrava di avere dei seri problemi. Da tagliarsi le vene, no? Un finale pseudo-Carver suggellava il tutto: “Quando sono tornata a casa mio marito aveva messo su l’acqua della pasta”. Ci stetti sopra più di un mese, al racconto, scrivendo e riscrivendo, per distillare una decina scarsa di pagine: rimaneggiare, filtrare, digerire quei materiali equivaleva ad affondare le mani nelle mie stesse viscere, ma sentivo che dovevo farlo, perché era avvenuto qualcosa di potente: per la prima volta avevo preso contatto con quel lato oscuro dell’esistenza che avevo sempre solo cercato di negare e che viene messo sotto il termine sbrigativo e generalizzante di “disperazione” affinché, una volta relegato lì, ci possa rimanere. Poi si chiude la scatola e si può far finta che non esista. Ero ossessionata dall’immagine della giostraia che se ne stava seduta al riparo del gabbiotto della biglietteria, con lo sguardo rivolto a un’immagine che aveva dentro di sé, mentre le macchine, le moto e gli aeroplanini di vetroresina le mulinavano davanti, accompagnati dalle canzoni del Piccolo Coro dell’Antoniano. Dorothea ed io eravamo le sue uniche clienti e lei a un certo punto s’era sentita in confidenza di domandarmi se la piccola fosse autistica. No, non è autistica, le avevo risposto. Ma lei insisteva: ci sono varie forme di autismo, sa? Così alla fine me ne ero andata via, ma avevamo incontrato quel bambino di almeno dieci-undici anni, che chissà che cosa aveva. Se ne stava accucciato sul bordo di una panchina, con quel padre-nonno. Aveva le braccia piene di lividi e morsicature d’insetti. Gli occhi erano due spilli neri e li usava per pungermi.

Trascorsero un po’ di mesi, i miei giorni in azienda erano già arrivati alla fine da un pezzo. Mio marito una sera tornò a casa dal lavoro e mi disse che finalmente aveva trovato un appartamento dove andare a vivere per conto suo. Proprio quella sera avevo il corso di scrittura creativa. Presi la borsa ed uscii. Avrei letto il racconto del parchetto, davanti a tutti. Non c’era un vero rapporto di causa-effetto tra le due cose, avevo deciso di leggerlo prim’ancora di avere la notizia, per una specie di coincidenza-non-coincidenza. Di base c’era che il racconto mi sembrava riuscito, “autentico”, niente di patetico. Era come uno scatto in bianco e nero: la realtà fungeva solo da punto di partenza e creava un accesso a qualcosa di impalpabile,  eppure non meno reale. E, a maggior ragione, con lui che se ne andava via di casa, e questa volta veramente, era arrivato il momento di uscire allo scoperto. Così, alla fine dell’incontro, alla domanda “C’è qualcuno che voglia leggere” ho alzato la mano e mi sono seduta al tavolo, davanti ai miei compagni, fianco a fianco con un’autorevole Direttrice Editoriale. Mentre la mia stessa voce mi rimandava le parole che avevo scritto realizzavo che era come se mi stessi sfilando prima la maglia, poi il reggiseno. E così via. Capiranno che sto parlando di me? Magari anche no. Però è vero che la protagonista ha su per giù la mia età. Le fauci mi si sono seccate, impastavo le parole. “Voce”, ha detto qualcuno, dalle file più in fondo. D’improvviso quello che leggevo mi suonava noioso, vuoto, fiacco. Ininteressante. Una donna s’è alzata ed è andata via. Gli altri li stavo tenendo tutti in ostaggio. Ed erano le nove di sera. Quando sono arrivata alla fine mi bruciavano le tempie e tenevo gli occhi aperti a fatica. Ho smorzato le ultime parole nel silenzio esausto, imbarazzato, della sala. La Direttrice Editoriale si è rivolta agli astanti: “Che ne pensate? Parlate prima voi”. Mi son stretta nelle spalle, in attesa delle pallottole. Finché qualcuno ha preso coraggio. “A me non ha convinto il finale. Non si capisce.” “Io non riuscivo a seguire, ma i disabili erano uno o due?” “Ci sono troppi cliche: il parchetto, i disabili…” La direttrice è intervenuta: “Che cosa voleva esprimere con questo racconto?” Bella domanda: che cosa volevo esprimere? Il dolore, ho detto, la precarietà. In realtà non ero affatto convinta che si trattasse di questo. Credevo che gli eventi, narrati, avrebbero parlato per sé, che non mi toccasse dare una spiegazione. E mi bruciava di non poter dichiarare davanti a tutti quello che era implicito: si tratta della mia storia personale. Ma sarebbe stata una capitolazione. Forse anche una richiesta di pietà. Sono seguiti i consigli su come fare per conferire più forza al racconto. Per renderlo più efficace, per dargli ritmo. Poi tutti si sono alzati, hanno piegato le sedie e le hanno impilate contro la parete. Non mi è arrivato nessun altro commento, così, al volo, mentre mi infilavo il cappotto. Di solito anche per quelli che scrivono cose un po’ deboli c’è sempre qualche incoraggiamento che giunge nel bel mezzo della calca in uscita. A me non toccava niente. Era un racconto così scadente, o li avevo tramortiti tutti con la pesantezza della storia? A casa mi sono riletta quello che aveva perso tutto il suo “potere” e aveva assunto ai miei stessi occhi l’immagine di un compitino da rifare. Ho provato a guardarlo anche da altre angolature, ma in nessun modo sarei riuscita a cambiarlo. Ce l’avevo scolpito così, nella carne. Ok, la vita reale può essere banale e trita da sembrare un cliche. In questo caso non ho avuto la capacità per renderla più interessante. Forse avrei dovuto ritornarci più tardi. Si sa che è sempre rischioso raccontare la cose a caldo. Che ci vuole distanza tra l’evento e la sua trasposizione narrativa. Ma io lo tengo così. Perché sono ancora convinta che sia buono e giusto. Un racconto onesto. O resconto che sia. Insomma, ho trasmesso quanto che è avvenuto, con tutto l’opaca scomodità di quello che può rappresentare. Poi, per fortuna, ho anche trovato chi fosse d’accordo con me.

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