Il salto di Juri

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Una donna in acqua. Un braccio proteso in avanti, pronto a spingere via la massa liquida con la pressione roteante; il corpo, lucido e scuro come pelle di capodoglio, s’allunga e s’incunea nel verde-blu che l’avvolge. Non c’è sforzo, solo energia permanente. Gli occhialini e le bolle del fiato espulso nascondono il volto. Appena sotto l’incavo dell’ascella spicca la scritta pubblicitaria, solo una parola: la formula dell’incantesimo che ha congelato il movimento. Più in basso un orologio analogico, dal quadrante rotondo, indica che sono le sedici e quaranta. Sotto l’orologio ci sono le sedie a rotelle. Almeno una decina, tutte diverse tra di loro. C’è quella che assomiglia a un carrello della spesa, quella che sembra una sedia normale, ma ha le gambe infilate dentro a delle ruote, quella di ferro puntinato di ruggine, con sopra un adesivo curioso: il profilo di una testa d’alpino. Deve essere al mattino che vengono usate. O nel primo pomeriggio. Io le ho sempre viste lì, tutte in fila, con la ieratica enigmaticità di un’istallazione della Biennale.

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Dorothea è a mollo con l’istruttore, un ragazzo che davanti a me fa un po’ il sostenuto, ma penso più per qualche problema suo. Con la bambina se la cava bene e questa è la cosa che mi interessa. Le fa andare le gambe in su e in giù, afferrandole al di sopra della caviglia: sbatti i piedi, le dice. Dorothea ride, lo asseconda. Lui lascia la presa e lei muove i piedi anche da sola. Per un po’.

Per scoprire questa piscina ho dovuto fare diverse telefonate, a varie associazioni. Qui, oltre ai corsi “normali” vengono organizzati cicli di lezioni individuali per persone disabili. Finalmente, dopo due anni di fermo dai tempi del nuoto neonatale, quando potevo ancora accompagnarla in vasca, Dorothea torna a sguazzare. Ha sempre avuto una grande attrazione per l’acqua, e mi fa piacere vederla immersa in quello che sembra il suo elemento naturale.

Dalle sedici e trenta alle diciassette ho una mezz’ora di sospensione. Non mi porto da leggere, ma non riesco nemmeno a stare tutto il tempo a seguire che cosa fa mia figlia, mi distraggo e posso anche concedermi di farlo: lei ha i braccioli che la sostengono e qualcuno vicino. Così mi godo questa sorta di personale “galleggiamento”, contrapposto al togli-metti-svesti che precede e segue l’entrata in acqua. Non devo pensare a niente.

Tutt’intorno avvengono molte cose. La piscina a quest’ora entra nel pieno della vitalità pomeridiana. Alla spicciolata compaiono ragazzi e ragazze con la maglia blu con sopra scritto “Istruttore”, alcuni di loro si danno da fare per spostare i divisori delle corsie, per delimitare gli spazi di ciascun corso, poi arrivano bambini di età compresa tra i tre e i sei anni, i piccoli sono accompagnati dai genitori, i più grandi lasciano la claque di nonni e mamme pigiata dietro al vetro della sala di ingresso. Dorothea e io siamo privilegiate: per me c’è una panchina di marmo, ad uso eclusivo, proprio davanti a una scaletta che s’immerge nel punto in cui l’acqua è più alta, e lei ha una corsia tutta sua: la maggior parte dei piccoli nuotatori s’immerge poco prima della sua entrata nello spogliatoio. Fino a quel momento la piscina è regno di pochi.

Oggi, oltre ai soliti che ci fanno compagnia c’è qualcuno che non ho mai visto prima. Mi accorgo solo ora della presenza di un ragazzo che avrà tra i sedici e i diciassette anni. È alto, dal fisico proporzionato, la sua pelle chiara è quasi lunare e dalle spalle ai lombi fa risplendere l’estensione armoniosa della schiena, leggermente incurvata in avanti, come se al posto delle scapole ci fossero due grandi ali raccolte. Sul volto spicca il nero delle sopracciglia, leggermente piegate in un modo che fa pensare a una profonda concentrazione. I capelli che s’intravedono da sotto la cuffia, nel punto dell’attaccatura all’altezza della nuca, sono corvini. Sta in piedi su un blocco di partenza. Sotto di lui, la testa che spunta dal pelo dell’acqua, una ragazza lo chiama: “Juri, tuffati!”. La sua voce è squillante, ma scherzosa al punto da suggerire malizia, intimità. Sarà forse la sua morosa? Sono lì solo per divertisi? Juri misura con lo sguardo la distanza tra sé e la superficie liquida, attraente, penetrabile. Rimane immobile. Il suo petto s’espande, i muscoli addominali si contraggono. “Allora, Juri!” insiste la ragazza. Lui prende aria, apre la bocca e sprigiona un suono: una nota lunga, potrebbe essere un’invocazione, oppure un lamento, rimane così, fissa, a metà tra la “a” e la “o”, va avanti finchè il fiato la sorregge, poi riparte, per accompagnare un gesto, quel gesto,  brutale, incomprensibile, scandaloso: solleva e riabbassa gli avambracci, più e più volte, rapidissimo, i polsi slanciano le mani, che vanno in alto e poi tornano in basso, mentre gli omeri rimangono aderenti al tronco. La ragazza insiste, imperturabile, naturale: “Dai!”. Lui risponde con lo stesso movimento spasmodico, la crudele parodia di un volo che non sembra destinato a compiersi. Vorrebbe saltare, fa impercettibili passi in avanti, poi agita ancora le braccia, dal gomito ai polsi, e torna indietro. C’è una donna che, come me, è seduta su una panchina di marmo, ma dall’altro lato della piscina. Non riesco a capire se stia osservando la scena o se lasci che i suoi occhi si posino altrove.

Faccio il tifo per Juri e non ho dubbi: se riuscirà a tuffarsi sarà la cosa più bella che oggi possa capitare.

“Dorothea dove stai andando?” mi arriva la voce dell’istruttore. Mia figlia sta nuotando a cagnolino, verso di me, solleva una gambina fuori dall’acqua, appoggia un tallone sul bordo vasca, e fa leva su quello e sui palmi delle mani: “Vuoi uscire”, e sguscia fuori. Con il solo costume e la testolina fasciata dal cappuccio di silicone sembra una cosetta minuscola. “Sei stufa?” le chiedo. “Vuoi fare tuffo“ dice. “Ma davvero vuoi fare un tuffo?” “No” risponde e rimane sul bordo. L’istruttore la raggiunge, l’abbraccia, lei non oppone resistenza ed è di nuovo dentro.

Juri è ancora sul blocco, sono contenta che mi abbia aspettato, che non si sia lanciato senza di me. Dietro di lui adesso c’è la coordinatrice delle attività della piscina, una giovane vigorosa e attenta. Anche lei adesso lo incita: “Forza, Juri!”. La donna s’è alzata dalla panchina, ma rimane discosta. Tiene le braccia conserte, le gambe unite, coperte dalla gonna sotto il ginocchio. Si passa una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Il ragazzo ha smesso di agitare le braccia, emette il suono, ma a strappi rabbiosi. Non stacca gli occhi dall’acqua, che, in realtà, lo ha già fatto suo: è il corpo che rimane ancorato lì. La coordinatrice fa un segno alla ragazza di sotto, manda uno sguardo d’intesa alla madre. Juri tentenna in avanti, ed è il momento giusto per allungare un braccio e sospingerlo.

Il boato del corpo che batte l’acqua, la smuove, la solleva, la scaccia via, in migliaia di gocce. Juri è sparito. Riaffiora, annaspa. E dapprima attutita, subacquea, e poi sempre più nitida, sovrana, esplode una “a” piena, feroce, primordiale, orgasmica. La testa si muove avanti a scatti, come per battere dei colpi, trascinando il corpo attraverso l’elemento liquido, inciso come se fosse materia più compatta, ma morbida e cedevole. Le mani emergono, s’eclissano, riemergono. “Come vai veloce! Non riesco a starti dietro” gli dice la ragazza al fianco. Juri nuota scomposto, ma intanto va avanti e nel mentre continua a tenere la sua nota alta, vittoriosa. Ce l’ha fatta. Anche se c’è stata quella spinta, quella piccola spinta che gli è venuta incontro, lo ha sbilanciato e insieme sostenuto. Le urla rimbombano contro la volta di cemento armato, diventando giganti, immense, mi investono. E adesso ne sono certa: non c’è alcuna differenza tra la gloria individuale di chi batte un record mondiale e quella di chi va oltre il record dei propri limiti personali, a prescindere da quali essi siano. Si è grandi, si è eroi.

Note

Ho cambiato il nome del ragazzo, scegliendo quello di Juri perché, come quello vero, mi piace molto. Nella scelta ha sicuramente influito l’assonanza non solo con il nome, ma anche, in qualche modo, con la situazione del protagonista del film Yuri Esposito di Alessio Fava, con Matteo Lanfranchi. Vi invito a vederlo su Vimeo, a questo indirizzo: 
The water-jump picture above is taken from this Tumblr. url: http://letsscorpion1970.tumblr.com/image/81187736510
So far, I was not able to identy the original source, but in the meantime, should the copryright owner identify it and be against this usage I will remove it immediately . Thank you.

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