Frank. “Strano”, ma vero.

frank-poster-us-405x600Non mi lascio scappare l’occasione di “parlare” di Frank. Un gioiello di film dentro al quale ho colto questo messaggio: non importa che tu sia strano e stonato rispetto al resto del mondo, esiste comunque uno spazio dove puoi esprimerti e anche se sei squilibrato puoi tuttavia trovare la tua centratura. Il perno della storia è un personaggio curioso: il leader di una band di indie rock, Frank appunto. Questi vive costantemente con la testa avvolta da un enorme guscio di cartapesta a forma di testa. Lo tiene indosso anche quando si fa la doccia e nessuno, nemmeno la polizia, riesce a toglierglielo: “Ho un certificato”. Questa è la giustificazione ufficiale. Nel film c’è un altro personaggio, Jon. Vive con i genitori, lavora come impiegato, si sforza di comporre musica nei ritagli di tempo e, all’inizio della storia, ha diciannove follower su Twitter. Jon si trova catapultato nella formazione dei Soronpfrbs, che è la band capeggiata da Frank, rimasta senza il tastierista. Per lui è la possibilità di mettersi finalmente alla prova come musicista, anche se non riesce ad amalgamarsi con gli altri. I suoi soci lo considerano un mediocre dilettante, in perenne inseguimento del motivetto banale. Loro creano brani sperimentali dalle sonorità ostiche, tese, nevrotiche, che ben si sposano con la parte vocale di Frank, una declamazione di testi criptici e visionari.  Se i Soronpfrbs se ne fregano di qualsiasi tipo di pubblico e impiegano più di un anno per gli studi preparatori di un album, Jon, a loro insaputa, li porta sulla via della notorietà, pubblicando su Youtube i filmati che fa di nascosto con l’inseparabile smartphone, col risultato correlato di un incremento esponenziale di follower. Il gruppo viene così invitato a partecipare a un festival, negli Usa. Di più non posso raccontare. Per me è stato un colpo di fulmine. Nell’attimo stesso in cui ne ho visto la locandina ho sentito che quello era il film che faceva al caso mio. Ho da subito provato simpatia per il macrocefalo Frank. La sua poesia è la bellezza del gracile e dell’invisibile, che tuttavia resiste, all’interno del sacro campo magnetico della propria stessa fragilità. Come il piccolo e solitario pelucchio di un tappetino da bagno che riesce a rimanere miracolosamente dritto, nonostante tutti i calpestamenti di migliaia di piedi. Ed è proprio sull’ispirazione data da questo pelucchio, l’ultima delle cose più piccole, che il leader della band dà prova del proprio genio, improvvisando una canzone triste e dolce insieme, da far venire la pelle d’oca. Quasi tutti i Soronprfbs hanno precedenti in una casa di cura psichiatrica. Ma qui il caso psichiatrico assume un connotato diverso: è eccezionalità, infinitamente più sfumata e profonda rispetto alla “normalità”, perché consapevole di sé e dedita all’ascolto più autentico. Una chiacchierata con Frank può anche portare all’illuminazione. I Soronpfrbs ricercano, senza sosta, non inseguono il compromesso della riduzione, della facile presa, del comprensibile, del “normale”. “The most likeable song” di Frank, la sua canzone più orecchiabile, se la si vuole davvero prendere alla lettera, come una canzone spendibile commercialmente, non è che un delirio. Per cogliere certi messaggi bisogna avere il coraggio di immergersi nella cosidetta “pazzia”. Sono uscita dalla sala sentendomi addosso un senso di conforto e di sostegno. Non bisogna sforzarsi di essere capiti, a tutti i costi. L’importante è non perdere il contatto con se stessi e allora troveremo chi ci sa davvero cogliere e apprezzare per quello che siamo.

La canzone più orecchiabile di Frank, in assoluto (Frank’s most likeable song, ever): 

Il pelucchio che resta su, (Longstanding tuft)

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